Qualcuno trovi il capitano Alfonso Pessarelli!

di Giacomo Bollini e Francesco Quaglio

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Alfonso Pessarelli con la casacca del Bologna calcio negli anni prima della Grande Guerra

Qualcuno trovi il capitano Pessarelli! Così titolava ormai 5 anni fa un post in un noto forum di discussione online Francesco Quaglio, nostro socio. Unico scopo della discussione era quello di ritrovare notizie di Alfonso Pessarelli, giovane capitano dei bombardieri, originario di Bologna, dato per disperso durante la battaglia del Solstizio sul Montello. Andando con ordine. Ad attirare l’attenzione sul capitano Pessarelli fu una lettera, pubblicata sul giornale “Il Cittadino” il 28 luglio 1918. Il colonnello Lambertini, comandante del deposito dei bombardieri, scriveva ad un suo parigrado di Bologna, tal colonnello Checchi, rispondendo ad una sua richiesta di notizie su Pessarelli per conto della famiglia: “L’unica speranza che noi abbiamo sul capitano Pessarelli, valorosissimo, si basa su questo criterio: non è stata ritrovata la sua salma. Come vedi la speranza è assai lieve; ma che ho il dovere di lasciare alla famiglia sino a quando sarà possibile trasformarla in una grande gioia o distruggerla con una dolorosa certezza. Però ad onor suo, dalle notizie che ho avuto da un Ufficiale di là tornato, devo dirti che il Capitano Pessarelli ha scritto la pagina più gloriosa, delle gloriose pagine bombardiere. Aveva piazzato la sua batteria a Nervesa ed aveva fatto di quella batteria un ridotto inespugnabile per sapienza di difesa e soprattutto per la volontà indomabile che aveva saputo trasfondere nell’anima dei suoi dipendenti. Intorno a quel piccolo cerchio di ferro e di fuoco (…) accerchiati, assaliti, percossi, assaltati, si accanì invano per quattro giorno la torva ferocia nemica. La valorosissima 156a batteria si difendeva battendosi con le bombarde, coi fucili, con le bombe a mano, né si arrese allorché le munizioni erano esaurite perché continuò coi

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Una bombarda da 58. La batteria di Pessarelli aveva ben sette armi di questo tipo

sassi con le pietre! Fu sopraffatta, ritienesi, dal numero e dalla mancanza di munizioni. Il terreno portava le orme di una lotta furibonda. I nostri soldati, arditi, ebbero questa esclamazione di ammirato stupore, che compendia più di ogni narrazione il valore del valorosissimo Passarelli: quel capitano era più ardito di noi. Il cadavere non fu trovato, e ciò lascia sperare, se bene esilmente, che egli sia prigioniero. (…) Questo tutto ciò che io so diti di lui. Ufficialmente e, per ora, non è che un disperso.” Riporta notizie di lui anche una relazione sulle perdite del VII gruppo bombardieri redatta dal tenente Vico Pellizzari, aiutante maggiore del reparto: “Furono rinvenuti nella sconvolta postazione (della 156a batteria, ndr) un soldato del 111° fanteria mortalmente ferito già da cinque giorni e completamente denudato, ed una giubba vecchia del capitano Pessarelli. Dei sette pezzi uno era stato rivolto in direzione di Sovilla ed aveva sparato in quella direzione (praticamente alle spalle della posizione, ndr)”.
Sono rinnovate anche qui le attestazioni di stima per il valore in battaglia. La posizione della 156a batteria bombarde, bombarde da 58/b, presso Villa Berti, resistette ammirevolmente per tre giorni. Ma chi era Alfonso Pessarelli? Di genitori di origine cesenate, era nato a Bologna l’8 ottobre 1890. Allo scoppio della guerra si offrì volontario per il servizio militare, lasciando così il suo posto da ragioniere presso la ditta di pneumatici Dunlop. Inquadrato inizialmente solo come soldato semplice, grazie al titolo di studio e ad un corso accelerato, divenne presto ufficiale del corpo di artiglieria. Con la nascita della specialità dei bombardieri, fu presto trasferito presso corpo, diventando capitano del VII gruppo bombardieri, 156a batteria. Quando ancora era tenente di complemento di un Reggimento Artiglieria da Fortezza meritò sul campo una medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: “Osservatore di artiglieria in una posizione di alta montagna, nei suoi turni di riposo ed in giorni di impetuosa tormenta accompagnava volontariamente reparti di fanteria, che, per compiere servizi di rifornimento, dovevano attraversare luoghi soggetti a valanghe. Noncurante del pericolo, si recava pure volontariamente, con una squadra di soccorso, a pessarelli 3salvare dodici militari travolti e sepolti dalla neve. Ripetute volte, di sua iniziativa, dimostrando calma e coraggio, usciva di giorno fuori dalle trincee, in un punto battuto dalla fucileria nemica, per dirigere i tiri d’artiglieria”. Mittagskofel agosto 1916 – aprile 1917. La sua presenza sul fronte carnico nel 1916 è attestata anche dalla sua grande amicizia con il maggiore degli alpini Carlo Mazzoli, di origine cesenate, nipote di Felice Orsini, comandante della 97ª compagnia del Btg “Gemona”, più noto come il “comandante dei briganti”. Due medaglie d’argento, capelli alla nazzarena, comandante idolatrato degli alpini friulani in Val Dogna entrato nel mito della guerra alpina. Lo legava a Pessarelli una profonda amicizia e una stima che rasentava la devozione reciproca. Diventato bombardiere, poi, partecipò alla battaglia della Bainsizza e alla ritirata di Caporetto, riportando sano e salvo l’intero suo reparto dietro la linea del Piave, completo di effettivi e di armi. Ma Alfonso Pessarelli aveva anche un’altra caratteristica.

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Una delle primissime foto di squadra del Bologna Football Club. Alfonso Pessarelli è l’ultimo in piedi a destra.

Era uno sportivo: giocatore del Bologna Football Club delle origini fin dal primo campionato disputato fra il 1909 e il 1910. Gli almanacchi lo ricordano come un “difensore eclettico”, che collezionò in 4 stagioni (quando le partite stagionali si contavano sulla punta delle dita di due mani) 20 partite e nessun gol segnato. Si trattava del primissimo Bologna. Ironia della sorta, fra i fondatori ebbe un ruolo fondamentale un giovane boemo, suddito dell’impero austroungarico, Emilio Arnstein che raccolse intorno a sé, appena arrivato a Bologna da Trieste, dei giovani che avessero la sua stessa grande passione per il calcio. Saputo che nella Piazza d’Armi ai Prati di Caprara giocavano dei giovanotti, per lo più studenti, conosciuti dagli abitanti della zona come “quei matti che corrono dietro a una palla” si era recato sul posto per incontrarli e convincerli a fondare anche a Bologna un football club. Tra i ragazzi che giocavano ai Prati di Caprara, fuori Porta Saffi, c’erano i fratelli Gradi, lo stesso Rauch e gli studenti del Collegio di Spagna, tra cui Antonio Bernabéu, fratello di Santiago, leggendario giocatore e presidente del Real Madrid. Arrigo Gradi andava agli allenamenti con la maglia a quarti rosso e blu del collegio svizzero Schönberg di Rossbach nel quale aveva studiato, e presto questi colori divennero quelli della divisa sociale. Fra di loro c’era anche Alfonso Pessarelli. Sempre nell’articolo su “Il Cittadino” Pessarelli veniva descritto

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Carlo Mazzoli, alpino, cesenate, il “comandante dei briganti”, grande amico di Pessarelli con cui condivise la guerra in Carnia sul Mittagskofel

come “Forte, aitante nella persona, rotto alle fatiche sportive, non c’era pericolo ch’egli non affrontasse saldo, semplice e sereno.” Probabilmente anche i suoi compagni di squadra passarono giorni di ansia in attesa di sue notizie. Molti di loro erano andati al fronte, come lui. Diversi non tornarono (ci siamo già occupati dei caduti del Bologna Football Club in un altro numero del nostro bollettino; articolo che abbiamo riportato anche sul nostro sito). Pochi credevano che Pessarelli si fosse lasciato prendere prigioniero. Non era sua indole, come abbiamo visto, mollare, cedere… Le ricerche andarono avanti a lungo. Anche nell’eventualità in cui fosse stato preso prigioniero sarebbe stato difficile rintracciarlo. I campi di prigionia austro-ungarici erano un vero arcipelago e, in particolare dopo la ritirata di Caporetto, le comunicazioni con i prigionieri non erano così facili e lineari. Non abbiamo trovato sui giornali una notizia, una risposta alla domanda del colonnello Lambertini. Anche noi cercavamo notizie su di lui, a distanza di anni, senza fortuna. Un dato ci confortava: il suo nome non appariva fra i database disponibili (ora anche online) dei caduti italiani della Grande Guerra. E qui arriva il colpo di scena della nostra storia che ci ha fatto dire che questa vicenda non poteva essere frutto mera casualità e che meritava di essere raccontata. Era la primavera del 2016. Con la nostra associazione

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Stagione 1911-12, Pessarelli è il penultimo in piedi a destra. Ultimo a destra Guido Della Valle, calciatore caduto in guerra nel 1915

stavamo facendo uno dei nostri giri turistici all’interno della Certosa di Bologna, visitando tombe e sepolcri, secondo un itinerario già prestabilito, alla ricerca delle sepolture dei caduti della nostra città (sono, ad esempio, ben due le medaglie d’oro al valor militare sepolte in Certosa!). Giunti nel chiostro VIII, nel cosiddetto “recinto dei sarcofagi”, sostammo diverso tempo. In quella porzione della Certosa, costruita negli anni ‘20, sono molti i monumenti dedicati ai caduti della Prima Guerra Mondiale, spesso commissionate dalle famiglie ai migliori scultori del momento ricordo dei propri figli caduti per la patria. Nel campo, tra le numerose memorie di famiglia, sono collocati due monumenti dedicati ai Militari caduti in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale. Stavamo visitando le sepolture di Ferdinando Forni, Ariondo Andreini, Corrado Mazzoni, Italo Roversi e Ruggero Miti, quando Francesco Quaglio raccontò la storia del capitano Pessarelli, chiedendo alla nostra guida se fosse possibile verificare con un database informatico la presenza in Certosa dell’eventuale sepoltura di Pessarelli. Fu qui che venne spontanea la domanda: “Ma non ti sei reso conto di dove siamo con i nostri piedi? L’hai chiesto apposta?” Stavamo sostando coi piedi, sotto il porticato, come spesso accade, su una sepoltura a terra, incastonata proprio sul percorso che un pedone avrebbe dovuto per forza calpestare. Sulla lapide marmorea tre nomi: “Angelo Badini,

Da sx a dx: Emilio Badini (1897-1956), Angelo Badini (1894-1921) e il busto     marmoreo di Angelo Badini, con una grandissima somiglianza data dalla bravura dello scultore

Emilio Badini e… Alfonso Pessarelli”. Non poteva essere un caso. Tutti rimanemmo sconvolti. Non è la prima volta che le nostre ricerche si imbattono in situazioni, in coincidenze come queste, che sembrano fatte apposta, come se una mano invisibile ci stesse guidando. Fummo tutti presi da commozione. Avevamo trovato il capitano Pessarelli! La data di morte indicava 14 ottobre 1957. Era quindi sopravvissuto alla battaglia del Solstizio sul Montello e a quei tre giorni di lotta senza quartiere per la quale meritò anche una medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: “Durante tre giorni di aspri combattimenti dirigeva il tiro sotto l’imperversare del fuoco nemico. Infrantasi la resistenza di un reparto laterale, avendo il nemico fatta irruzione, si portava col suo reparto a difesa di un caposaldo insieme alle fanterie. Tornato quindi alla batteria, la difendeva strenuamente coi moschetti,” Solo dopo scoprimmo il seguito della sua storia. Pessarelli fu preso prigioniero, alzando le mani stremato dopo la battaglia. Fu internato nel campo di prigionia di Kenyermezo, in Ungheria, rientrando in Italia solo nel 1919, rimanendo addirittura nei ranghi dell’esercito. Nel 1930 gli fu conferito il cavalierato dell’ ordine della corona. Per servizio tornò sui luoghi della grande guerra: fu infatti addetto nel 1940 al deposito settoriale guardia di frontiera presso il fiume Vipacco, poco a sud di Gorizia, zona di aspri combattimenti. Fu poi congedato nel 1942 col grado di tenente colonello. Singolare anche la sua sepoltura a fianco di due suoi compagni di squadra in quel Bologna dei pionieri: i fratelli Emilio e Angelo Badini che lo “ospitarono” nella loro sepoltura. Non conosciamo il motivo di questo gesto commovente. Ma certamente la tomba della famiglia Badini non lascia indifferenti. Tre sono i busti che ornano la tomba. Quella dei genitori dei due fratelli e quella di Angelo Badini, prematuramente scomparso nel 1921 per setticemia. Ad Angelo Badini fu dedicato anche il primissimo stadio del Bologna che così lo ricordò. Singolare anche la storia dei fratelli Badini (che in realtà erano 4. Oltre a Angelo ed Emilio c’erano anche Cesare e Augusto), argentini di nascita (i genitori, bolognesi, si erano trasferiti oltreoceano in giovane età e fecero ritorno a casa nel 1912). Emilio, come Pessarelli, durante la guerra prestò servizio come ufficiale dei bersaglieri. Ma questa è un’altra storia.
Intanto possiamo dire: ritrovato il capitano Pessarelli. Caso chiuso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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