Biografia di Arnaldo Calori, reduce del Carso, autore de “L’ora K”

di Giacomo Bollini

A due anni dalla riedizione de L’ora K e con la conclusione del progetto di raccolta fondi per la lapide di Kamno attraverso il libro, siamo lieti di pubblicare la biografia di Arnaldo Calori. Un doveroso omaggio all’autore bolognese e all’uomo.

Spesso gli autori di diari, soprattutto dei diari scritti quasi cent’anni fa, passano in secondo piano rispetto alle loro opere. “L’ora K” è un diario che ha conosciuto una certa notorietà negli anni subito a ridosso della pubblicazione e che adesso è noto solo tra gli appassionati e i collezionisti di memorialistica sulla Grande Guerra. È narrato in modo semplice, episodico, ma lascia trasparire un’umanità profonda del suo autore, capace di provare sentimenti e dare importanza anche a cose sulle quali l’attenzione non viene mai posta, agli oggetti, agli animali oltre che agli uomini e alle loro tragiche vicende. Un libro così porta tra le pagine, tra le frasi e le parole, l’intero vissuto di chi l’ha scritto. Eppure chi l’ha scritto, Arnaldo Calori, è una presenza sfuggente nel racconto, di lui non si sa quasi niente, non è riportata alcuna notizia biografica sul libro stesso, e le notizie che si ricavano sul suo conto fra le righe sono poche ed essenziali, tutte centrate sulla sua storia da graduato dell’esercito del Regno d’Italia. Ma una riedizione di un libro comporta indubbiamente che si debba conoscere più approfonditamente l’autore, indagarne la vita, portare allo scoperto chi si cela dietro le pagine: lo si deve fare per rispetto di chi, quelle pagine, le ha scritte ma anche per preservarne la memoria, oltre che avere la conferma che l’uomo Calori, del quale ci siamo fatti un’idea leggendo il suo libro, fosse così realmente. Poche notizie si avevano inizialmente: un accenno nel libro ad una destinazione di una licenza, Bologna (ma Bologna era ed è un grande nodo ferroviario, dal quale passavano, e nel quale si fermavano, migliaia di soldati) e la casa editrice, la STERM Società Tipografica Editrice Ravenna Mutilati, che faceva presupporre l’origine emiliano romagnola dell’autore. Quando si inizia la ricerca su una persona si è pieni di aspettative oltre a temere di rimanere delusi: di aspettarsi qualcuno e invece scoprire che era in realtà totalmente diverso da come lo si era immaginato. Ma come spesso avviene, la fortuna ha accompagnato la ricerca dall’inizio alla fine.
Il progetto di riedizione de “L’ora K” era già stato avviato. Il libro sul quale avremmo puntato e orientato i nostri sforzi era stato scelto ancora prima di avere notizie precise sul suo autore. Ma come spesso accade quando si fa ricerca storica, le sorprese erano dietro l’angolo, come se una mano invisibile stesse guidando le nostre attenzioni.
E’ bastato inserire il cognome Calori sulle pagine bianche online e restringere la ricerca all’Emilia Romagna: una prima telefonata ai Calori di Ferrara, un tentativo del tutto casuale, e il marito di una delle nipoti di Calori, figlia del fratello minore Ercole, ha indirizzato verso Clara Calori, un’altra nipote, custode della memoria famigliare di Arnaldo.

L’uomo, il soldato, il marinaio

Chi era dunque l’uomo, il lavoratore, lo zio Arnaldo, chiamato affettuosamente “Dino” dalle nipoti?
Arnaldo Calori era nato a Bologna la vigilia di Natale del 1892 da Filippo e Fanny Musi. Primo di quattro fratelli, lo seguivano Ercole, del 1894, Mario Alfredo (1895) e Teresa (1901). Fu prima insegnante, poi capitano di lungo corso ed infine comproprietario di un’azienda corologica. Arnaldo Calori muore il 19 marzo 1950. Questi dati provengono dall’anagrafe del comune di Bologna. Sono pochi e molto stringati ma dietro di essi si cela la vita di Arnaldo Calori.
Per ricostruire la vita e la personalità di Arnaldo Calori, oltre ai sempre utili documenti cartacei d’archivio, è stata preziosa la testimonianza della nipote Clara.
Chi era dunque Arnaldo Calori? Il suo viso ci è noto, una piccola ricerca presso il cimitero della Certosa di Bologna ci ha permesso di ritrovare la sua tomba, in stato d’abbandono, in uno dei sotterranei del cimitero.

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Si vede che era un uomo imponente, dall’ espressione severa. Il suo carattere e le sue passioni le dobbiamo ricostruire invece attraverso i documenti e i ricordi vividi ed affettuosi della nipote Clara.

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Fin da giovane età fu indirizzato verso studi di natura marinaresca, studi che influenzarono profondamente la sua vita. Si diplomò allievo ufficiale nel 1913 e venne subito ingaggiato presso l’agenzia di navigazione del Lloyd italiano di Genova, dove quindi si trasferì. Qui ebbe la sua prima esperienza di navigazione riconosciuta, di un anno e due mesi, a bordo del piroscafo “Taormina”. A Genova Calori conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie, Maria Torri. La data di nozze non ci è nota, ma è molto probabile che sia avvenuta negli anni subito precedenti al primo conflitto mondiale. La sua vita matrimoniale fu comunque di breve durata.
La vita privata infatti non gli riservò grande fortuna: sposato fu lasciato dalla moglie che tornò a vivere a Genova. Non ebbe figli. In seguito instaurò una relazione con una donna sposata, relazione che ebbe grande influenza nei suoi rapporti con la Chiesa, rapporto ricucito solo quasi in punto di morte, con grande commozione, come ricorda la nipote Clara.
La nipote ricorda ancora che quasi nessuno in famiglia parlava della vita privata dello zio Dino, quasi come fosse un tabù (va ricordato che non esisteva ancora l’istituzione del divorzio) e che, quindi, quando dopo la morte di Calori, si presentò a Bologna la moglie per gli atti di successione e per reclamare la propria fetta di una già scarsissima eredità, grande fu la sorpresa dei nipoti nello scoprire addirittura che lo zio era sposato, e grande fu lo sdegno fra gli altri parenti.
Una situazione emblematica della vita di Calori, che la nipote Clara ha ben viva nei suoi ricordi: fu un uomo molto sfortunato e sostanzialmente infelice e solo, con una carenza d’affetto che lo tormentò per tutta la vita, plasmandone il carattere, già chiuso e riservato, vero l’ombroso e il diffidente.
Fra il 1914 e il 1915, nel periodo della neutralità italiana, Calori fu tra le fila degli interventisti. Dimostrando già una certa dimestichezza con la penna in mano, come vedremo più avanti, pubblicò nel 1915 un curioso volantino pieghevole con tre poesie patriottiche, dal sapore ironico, dedicate all’imperatore tedesco Guglielmo, all’ammiraglio Carlo Di Persano e a Dante.

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All’entrata in guerra del Regno d’Italia venne richiamato con il grado di soldato semplice venendo inquadrato nell’80° reggimento fanteria della brigata Roma. Il suo titolo di studi lo portò presto però ad essere promosso in data 29 luglio 1915, come era uso in quei primi mesi di guerra, quando iniziarono a scarseggiare gli ufficiali in servizio attivo permanente, di mestiere, uccisi a decine nei primi scontri, sottotenente e a venire assegnato prima alla Milizia Territoriale e poi al 121° reggimento di fanteria di marcia. Da qui passò poi al 74° reggimento di fanteria della brigata Lombardia, dove venne promosso tenente e poi capitano. Ed è proprio della sua esperienza di guerra con le mostrine bianco-azzurre della Lombardia che scriverà, tornato a casa, dando vita a “L’ora k”.
L’esperienza di guerra di Calori fu molto dura. Per oltre due anni combatté nei settori più difficili dell’intero fronte italiano. Particolarmente aspro fu il periodo sul Carso, che di fatti rappresenta la quasi totalità dei suoi ricordi condensati nei racconti brevi del suo libro. Sul fronte del Carso Calori perse uno dei suoi più cari amici: Ferdinando Forni. L’ironia della sorte volle che Forni, sebbene fosse arruolato in un reparto diverso rispetto a Calori, il 77° reggimento fanteria della brigata Toscana, i famigerati “Lupi”, morisse a pochissima distanza da dove si trovava stanziato il 74° reggimento della Lombardia. Nonostante non ne faccia cenno nel suo libro, il dispiacere di questa morte colpì profondamente Calori, che era e rimase anche dopo la morte dell’amico, molto legato alla famiglia Forni. Le tracce del grande cordoglio di Calori per questo lutto si trovano sia nel suo carteggio personale sia nella pubblicazione post mortem in ricordo di Forni, dove la famiglia ricorda l’affetto e la vicinanza dell’amico ai genitori e ai parenti affranti.
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La fortuna assistette Calori, che uscì indenne dal fronte del Carso, nonostante un ruolo da protagonista attivo all’interno del suo reparto. Ai primi giorni di ottobre del 1917 venne richiamato dal suo ruolo di capitano del II battaglione del 74° a Livorno, per un rapido corso di aggiornamento per ufficiali con esperienza pregressa in marina. Frequentò e terminò il corso fra febbraio e marzo 1918 presso la Regia Accademia Navale. Questa specifica lo rendeva adatto per ricoprire un nuovo ruolo di comando, non più in fanteria ma in marina. Calori venne quindi destinato alla difesa navale di Porto Corsini, in provincia di Ravenna, al comando di tre differenti dragamine, il Truentum, il Grado e il Montecristo. L’area marittima di Ravenna era considerata zona di guerra di Tipo B e dava quindi diritto al riconoscimento della campagna.
Questo richiamo giunse al momento giusto per evitare a Calori la tragica esperienza della ritirata dal fronte isontino a seguito dello sfondamento austro-tedesco a Caporetto, che coinvolse anche le truppe schierate sul Carso e sul basso Isonzo.

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Fu in questo particolare frangente che Calori strinse un particolare legame con la città di Ravenna fondamentale per la sua vita professionale, destinato a svilupparsi negli anni del dopoguerra.

Direttore ed insegnante presso la Scuola Nautica della Casa Matha Piscatorum

Finita la guerra la sua vita, difatti, tornò ad essere dedicata al mare. Traspare già dal libro il senso di grande responsabilità e affetto che Arnaldo Calori dimostra sempre verso i suoi sottoposti, lo stesso affetto che accompagnerà la sua carriera di insegnante presso la scuola nautica della Casa Matha Piscatorum di Ravenna, un’istituzione per l’educazione marittima dei giovani destinati a diventare marinai.
La Casa Matha Piscatorum era una fondazione di antichissima data a Ravenna, sorta in particolar modo per amministrare il commercio del pesce in città, e come ente assistenziale ai pescatori: una via di mezzo fra un’opera pia, un consorzio e una cooperativa. Così la definisce il Corriere di Romagna in un articolo del 15 gennaio 1919: “Un’antichissima ultra millenaria Società di pesca a noi nota sotto la denominazione Società degli Uomini della Casa Matha in origine Schola Piscatorum Domus Amatae, la cui istituzione risale anteriormente al settimo secolo dell’era volgare, sopravvissuta a tutte le vicende politiche ed economiche, ai regimi e alle dominazioni di ben undici secoli”.
Fu proprio in quella data, nel 1919 che la Casa Matha fondò una propria scuola nautica.
Nel quadro generale di ammodernamento degli apparati produttivi in Italia del primo dopoguerra, che il conflitto non aveva fatto altro che accelerare, si inserisce questa proposta della Casa Matha Piscatorum. L’avvento anche nel mondo della marineria dei moderni motori con il conseguente e progressivo abbandono della vela, aveva messo in luce un grave deficit. Nonostante la grandiosa potenzialità, il ritardo industriale applicato alla pesca faceva sì che il paese risultasse importatore di svariate migliaia di tonnellate di pescato, a causa della povertà dei propri mezzi di pesca. Così recita sempre il Corriere di Romagna: “La pesca marittima, esercitata in Italia con mezzi inadeguati e con sistemi antiquati (…) mentre presso altri paesi sono stati già da tempo impiegati tutti i mezzi che la scienza e la meccanica venivano dettando, ha posto il nostro paese in condizioni di decisa inferiorità, sì da obbligarci ad importare per ben novanta milioni di lire di pesce ogni anno in confronto dei centoventi milioni circa che consumiamo. (…) Nasce quindi la necessità di far sorgere ove, con metodi razionali e soprattutto pratici, venga impartito l’insegnamento opportuno per avviare la gioventù alle industrie marinaresche: pesca e navigazione”. Questa era la proposta culturale e professionale della Scuola Nautica della Casa Matha di Ravenna.
Fino al 1944, anno di chiusura, numerosi giovani attratti dalla vita di mare frequentarono questa scuola completamente gratuita per quanto riguarda i libri, la cancelleria, le uniformi. Non molti i pescatori che ne uscirono, ma molti i giovani che proseguirono gli studi in istituti nautici di altre città e che, marinai o ufficiali, servirono nella marina militare.
Dopo alcuni anni, accanto alle lezioni esclusivamente professionali, furono aggiunte materie di cultura generale del gruppo letterario e scientifico e il canto corale.
Particolarmente interessante è la vicenda dell’insegnamento del francese nella scuola, insegnamento che il regime aveva vietato ma che, proprio su esplicita insistenza del direttore Calori venne mantenuto, come ricorda Settimio Casadei di 94 anni, classe 1924 uno degli allievi in vita della scuola nautica intervistato sulla sua esperienza nella scuola dal 1936 al 1939. Ne è controprova un documento datato 30 marzo 1939 che riporta l’elenco degli insegnanti e delle loro attività presso la scuola, vidimato dal direttore Calori e approvato dal comando federale della G.I.L, nel quale risulta come insegnante di francese presso la scuola la professoressa Lia Ancarani.
Dall’anno della sua fondazione, 1919, la scuola quadruplicò i propri iscritti passando dagli iniziali 14 ai 56 del 1932.

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Lo stesso Calori, nel proprio curriculum vitae datato 1933 riporta: “La Scuola, che sorse nel 1919 con due insegnanti, quattordici allievi, e settemila lire di bilancio era ospitata in un’aula del Comune, conta oggi undici insegnanti, quasi sessanta allievi, un bilancio che si avvicina alle centomila lire e trova sede nel magnifico edificio della Casa Matha, tutto messo a sua disposizione, senza contare il locale di Porto Corsini dove, durante l’estate, gli allievi vengono trattenuti per oltre due mesi, per dare maggiore e più redditizio incremento alle istruzioni pratiche”.
Non si hanno dato precisi riguardo agli anni successivi, ma sono senz’altro in linea con il graduale aumento annuale segnalato dei primi 13 anni scolastici analizzati. Il servizio di insegnamento anche di materie di cultura generale portò certamente ad una maggiore appetibilità della scuola.
Sempre secondo Settimio Casadei, allievo della Scuola Nautica negli anni Trenta, l’insegnamento impartito forniva una solida e buona base per proseguire gli studi. A sostegno di questa affermazione Casadei ricorda che molti suoi compagni, frequentando poi le scuole serali, conseguirono un diploma di maturità, una laurea, affermandosi poi anche sul piano professionale.
Dell’istruzione degli allievi istruzione si occupava Arnaldo Calori, e ancora ora la nipote Clara ricorda l’espressione affettuosa con il quale lui parlava dei suoi allievi, “i miei marinaretti”, li chiamava. Della scuola nautica della Casa Matha Piscatorum fu tra i fondatori per poi diventarne da subito, insegnante, e ancora giovanissimo, il direttore. Ricorda sempre Casadei, che Calori era il professore di Ittiologia e di Biologia Marina. Le sue lezioni erano sempre molto stimolanti e chiare, nonostante la difficoltà della materia. La sua voce era una di quelle che non annoiava mai, sostenuta e vivace e il suo stile di insegnamento e di stare in classe uno di quelli che riscuotevano rispetto negli studenti. Ancora oggi Casadei ricorda l’indole profondamente buona di Calori con i suoi studenti. Ne sono prova anche le tante lettere che riceveva presso la direzione della scuola, in cui molti di loro chiedevano, con successo, il suo interessamento, una sua raccomandazione, una sua lettera di presentazione per colloqui di lavoro e varie altre occasioni lavorative. Calori non mancava mai di rispondere, e di spendere un po’ del suo tempo per “seguire” i suoi studenti anche dopo che erano usciti dalla scuola.
Durante la buona stagione la scuola faceva eseguire varie esercitazioni pratiche, approfittando dei velieri ormeggiati in porto e si effettuavano con la lancia a vela della scuola gite di istruzione verso Cervia, Cesenatico, Rimini, Porto Garibaldi e Venezia, per riconoscere gli “atterraggi in prossimità delle foci dei fiumi”.
Ben documentata dalla tenuta del giornale di bordo (…) fu la gita di istruzione del 1923, Ravenna, Venezia, Trieste, Monfalcone, Ravenna, riservata solo agli studenti del terzo ed ultimo anno di scuola, data la sua natura davvero impegnativa. Si tratta proprio di quella che vide sulla via di ritorno anche una sosta di approfondimento storico sui campi di battaglia del basso Isonzo, presso Monfalcone, e del basso Piave presso Cortelazzo.

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Recita così il saggio conclusivo del diario di bordo della gita di istruzione, redatto dallo stesso Calori: “Gli scopi della gita, l’uno patriottico, l’altro professionale, furono completamente raggiunti. Infatti gli allievi della nostra Scuola visitarono (il 23 maggio, n.d.c.) le trincee del basso Carso, ove fu profuso tanto generoso sangue italiano, il Cimitero-Ossario di Monfalcone, che già ospitò la Salma dell’eroico bersagliere Toti (non era stato ancora costruito il grande sacrario di Redipuglia, che risale al 1938, ed erano quindi ancora presenti tanti piccoli cimiteri di guerra e piccoli ossari, come quello di Monfalcone o di Castagnevizza, n.d.c.) e le più contrastate zone del basso Piave, da cui, finalmente, mosse la riscossa italiana. In quei luoghi, ravvivato il ricordo dalla parola degli insegnanti (e di Calori stesso, quindi, come raccontato ne “L’ora K”), gli allievi rivissero le più tragiche e le più gloriose vicende della nostra guerra. D’altra parte, la gita diede occasione di applicare largamente in pratica le cognizioni teoriche professionali imparate i tre anni di scuola.
Sempre in veste di direttore della Casa Matha e con la qualifica di Tenente di Vascello, nel 1924, Calori intraprese un tentativo di raggiungere Bologna in barca dal capoluogo romagnolo.
Questo viaggio voleva dimostrare la possibilità di congiungere Ravenna con Bologna attraverso canali, conche di disimpegno e altre opere idrauliche, permettendo la navigazione interna. Gli allievi percorsero un itinerario lungo il fiume Reno, vecchio corso del Po di Primaro, che li condusse a Bologna, sfruttando il canale del Navile, antico collegamento padano. (…) Venne così dimostrata la possibilità di trasportare delle merci usando la navigazione fluviale da Ravenna a Bologna, un’idea che si era ravvisata anche durante le Repubbliche Napoleoniche, con progetti ed opere che avevano suscitato grande interesse. C’è spesso un aggancio alla storia “maggiore” nell’esperienza della Scuola Nautica.

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Sono altri due i bolognesi, oltre a Calori, che parteciparono all’impresa: Alberto Mario Perbellini, il fotografo Aldo Camera. La barca, equipaggiata a remi e a vela, giunge al sostegno del Battiferro dopo un viaggio avventuroso, durante il quale venne anche trascinata a braccia per lunghi tratti.
Nel 1926 l’avventura fu ben più ardua: partendo da Ravenna, navigando l’Adriatico, lo Ionio e il Tirreno e, risalendo il Tevere a Fiumicino, la crociera terminò a Roma, dopo un percorso di oltre duemila chilometri dove i marinaretti ravennati furono ricevuti due volte dal capo del governo, Benito Mussolini.
Non fu l’unica volta che gli allievi della scuola furono premiati e ricevuti a Roma da Mussolini in persona.
Con gli allievi della Casa Matha Calori partecipò ai “giochi marinareschi” al Foro Italico (allora Foro Mussolini) dove i sui ragazzi vinsero a mani basse in diverse specialità (fra le quali il “lancio della sagola”, le gare di segnalazione, la gara dei nodi, ecc…). L’ottenimento di questi premi prestigiosi portò alla ribalta il nome della Casa Matha e fece sì che una delegazione della scuola, capeggiata ovviamente da Calori stesso in quanto direttore, venisse ricevuta a Roma da Mussolini. Pare che lo scambio di battute fra i due avvenne in dialetto romagnolo, fra il forlivese capo del governo e il bolognese, ormai ravennate d’adozione Calori.
Presso la scuola Calori lavorava assiduamente a contatto con i giovani allievi, prendendo estremamente sul serio il suo ruolo di educatore. Ricorda ancora la nipote Clara: “lo zio Dino credeva molto in un tipo di educazione rigida, quasi di stampo militare, quale quella che aveva ricevuto lui”. Fu per questo che Calori entrò in contatto anche con le strutture politiche del PNF, diventando un punto di riferimento per la G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) ravennate, dovuto anche al ruolo di spicco all’interno della scuola, partecipando a campi di esercitazione e ad adunate. Nonostante l’impronta data dalle occorrenze politiche alla scuola Settimio Casadei, intervistato, conferma che in classe non si faceva lezione di regime, non si parlava di fascismo e non veniva mai esaltato l’operato del governo: il corso di studi era strettamente attinente all’avviamento professionale nautico e ad un’istruzione generale ben bilanciata. Anche nei momenti plenari, gestiti da Calori in persona nel suo ruolo di direttore, non c’erano mai riferimenti politici. È lo stesso ex allievo della scuola ad ipotizzare che l’iscrizione di Calori al PNF, che emerge dal suo carteggio personale, fosse stata una situazione di comodo, data l’importanza della sua carica nell’ambiente ravennate. A Ravenna Calori era molto conosciuto. Troviamo la sua firma anche nel registro del Capanno Garibaldi. Era direttore del mercato del pesce di Ravenna, ruolo che gli aveva anche dato dei grattacapi per alcune diatribe fra commercianti in cui si era trovato involontariamente e malauguratamente coinvolto. Ma uno degli episodi che lo videro protagonista indiretto fu l’attentato a Ettore Muti del 134 settembre 1927 da parte del bracciante Lorenzo Massaroli che riuscì a sparare a Muti due colpi prima di essere ucciso da Renzo Morigi, federale di Ravenna, medaglia d’oro nel 1932 nel tiro alla pistola alle Olimpiadi di Los Angeles. Calori dovette testimoniare quanto visto a più ripetizioni durante le indagini.

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Nonostante il successo della sua scuola, un curriculum eccellente, nonché l’iscrizione al PNF, Calori non fece una particolare carriera nell’establishment politico locale. In particolar modo, nel 1933, gli venne negato l’accesso alla carica di Segretario generale del Consorzio Scuole Professionali Marittimo-Pescherecce, lasciata vacante dalla morte del precedente incaricato. Questa disattenzione nei suoi confronti lo ferì molto. Da un’analisi del suo carteggio personale di direttore della scuola, ancora oggi conservato presso l’archivio della Casa Matha, si evince che Calori “sparì” per un certo lasso di tempo, non rispondendo più alla corrispondenza professionale e personale.
Questo fatto è emblematico della vita di Calori: uomo di immensa cultura, con un ruolo importantissimo quale quello che rivestiva presso la Casa Matha Piscatorum, non fu mai considerato abbastanza dalla società sua contemporanea nonché in seguito.
Del resto si ricava da diversi elementi una netta impressione di un’indole in Calori di estrema e profonda modestia. Non può che balzare agli occhi anche dalla lettura delle pagine de “L’ora k”, dove non sono raccontati episodi auto riferiti, di auto esaltazione, fintamente gloriosi. Per certi versi è proprio il contrario, come è ben dimostrato nel capitolo “il battesimo del fuoco”, molto onesto e autocritico, dove Calori tratteggia con ironia e amarezza il proprio ritratto di giovane ufficiale quasi esaltato dalla prima esperienza di guerra combattuta. Addirittura nel suo libro, Calori non fa alcun accenno, tenendolo questo fatto sotto silenzio, all’ottenimento di una medaglia di bronzo al valor militare, con la quale fu premiato per la sua condotta durante la battaglia per la presa del monte Pecinka. Questa la motivazione della sua onorificenza: “Calori Arnaldo, da Bologna, sottotenente di reggimento di fanteria. Quale aiutante maggiore in seconda, coadiuvava in modo esemplare il comando del battaglione durante il combattimento. Dimostrava anche iniziativa, risolutezza ed energia raccogliendo soldati dispersi di vari reggimenti ed opportunamente conducendoli egli stesso là dove maggiore era il bisogno. Monte Pecinka 1-2 novembre 1916”. Nel capitolo dedicato a questo combattimento Calori non parla di sé, ma esalta invece l’operato dei suoi commilitoni, quali ad esempio “Don Saltalupo”.

L’”Ora K”

Sempre nel 1933 Calori diede alle stampe proprio “L’ora K”, trovando in questo grande soddisfazione.
Da sempre dalla penna facile, Calori scriveva sia in prosa che in poesia. Spesso si trovano nella sua corrispondenza apprezzamenti di vario genere sulle sue composizioni, che lui spediva ad amici e parenti, quasi ed esclusivamente per un uso privato.
Fu proprio grazie all’interessamento di un amico che Calori prese la decisione di raccogliere in un volume i propri racconti di guerra e di proporli ad una casa editrice, contattando prima, vanamente, “L’Eroica” di Milano, per poi trovare terreno fertile presso la STERM di Ravenna, che vantava già diverse pubblicazioni di reduci di guerra nel proprio catalogo.
In meno di un anno la prima edizione de “L’ora k” di 1.000 copie andò esaurita e venne data alle stampe una seconda edizione.
Sempre dal carteggio personale si evince che Calori spedì copie del suo libro anche a Riccardo Bacchelli e Paolo Monelli, entrambi reduci, classe 1891, scrittori e uomini di lettere, nell’orbita culturale bolognese con cui probabilmente Calori era in amicizia o professionalmente in contatto.

Gli anni della Seconda Guerra Mondiale: la rottura con la realtà di Ravenna

Calori in quegli anni fu molto attento alle vicissitudini dei suoi famigliari che si trovavano in difficoltà. Il cognato, marito della sorella Teresa, costretto a partire per l’Etiopia per raggranellare qualche risparmio, morì colpito da una malattia tropicale contratta in Africa. Già da anni Calori aiutava economicamente il cognato e questo lutto non fece che rinsaldare sempre più il suo rapporto con la sorella, a cui era legatissimo.
Gli anni della guerra, in particolar modo nei frangenti più critici, quando il fronte correva con la linea gotica sull’appennino tosco-emiliano, furono decisamente duri. La scuola nautica chiuse a seguito dei bombardamenti che ne distrussero la sede operativa a Porto Corsini e le imbarcazioni didattiche. Calori lasciò così la sua casa di via Roma 21 a Ravenna, per raggiungere la sua famiglia, la sorella Teresa e il fratello Ercole, con i figli, ad Alfonsine, nella campagna fra Ravenna e Ferrara. Qui la famiglia Calori passò mesi di grande angoscia, fra i bombardamenti e i pericoli delle retate. Ricorda ancora la nipote Clara, anch’essa ad Alfonsine in quei giorni, che lo zio Dino per paura delle retate dei tedeschi e dei repubblichini, in quanto comunque uomo dall’esperienza militare e dal ruolo politico riconosciuto, faceva di tutto per non essere riconosciuto, sembrando più vecchio di quanto non fosse vestendo in maniera trasandata e tenendo la barba lunga e incolta.
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Sono sempre di questo periodo altri ricordi della nipote. Durante la permanenza ad Alfonsine, nei giorni tristi della guerra, quando non c’era nemmeno una radio intorno alla quale potersi raccogliere la sera o nei momenti collettivi e conviviali, lo zio Dino “saliva in cattedra” come intrattenitore, leggendo i classici (la nipote ricorda in particolar modo Dante e Platone, due dei libri che lo zio si era portato dietro dalla fuga da Ravenna), illustrando le costellazioni di notte all’aperto, oppure parlando dei venti. Ricordi molto forti e commoventi, che ci aiutano, oggi, ad avere un’idea più chiara sulla personalità dell’autore de “L’ora k”.
Anche dopo la liberazione di Ravenna, datata 4 dicembre 1944, la situazione non migliorò, data anche l’impossibilità per chi si trovava ancora nell’area dell’Emilia-Romagna sotto il controllo tedesco di oltrepassare la linea del fuoco e rimettere piede nella parte liberata e pacificata della regione.
I locali della Casa Matha furono occupati dalle truppe alleate e requisiti come alloggi per la Polizia Militare Canadese fino al 1° dicembre 1946.

Gli ultimi anni di vita

Finita la guerra cominciò un altro duro periodo per Calori. Il mutamento dei programmi governativi e la soppressione delle scuole professionali medie inferiori impedirono la programmazione di una riapertura della scuola.
Un documento del marzo 1947 dimostra il disinteresse diffuso da parte degli stessi enti un tempo promotori della scuola di formazione nautica, ma può essere oggi comprensibile che fossero altre le priorità, considerando lo stato nel quale versavano le strutture produttive. Accanto alla ricostruzione, alla bonifica del territorio, al ripristino delle banchine e della navigabilità, ben poca importanza venne data alla preparazione di una maestranza portuale.
Calori così si trovò senza un lavoro, senza un reddito e senza una casa. Il dolore per questa brusca interruzione delle attività della Scuola Nautica portò probabilmente Calori ad effettuare un taglio netto col passato, non mettendo più piede a Ravenna e non facendosi più vivo con tutte le persone con le quali era entrato in contatto attraverso la sua attività di direttore ed insegnante. Come abbiamo già visto dopo la grande delusione in seguito ad essere stato scartato per un nuovo ruolo politico, Calori tendeva a chiudersi in sé stesso, sparendo dalla circolazione.
Racconta sempre Settimio Casadei, ex allievo della Scuola Nautica, che, nei frequenti ritrovi degli studenti negli anni del secondo dopoguerra, nessuno aveva avuto più notizie del direttore Calori. Anzi, è stata proprio la nostra telefonata all’anziano ex marinaretto, a dargli la notizia che Calori era sopravvissuto al conflitto: era convinzione sua e di altri suoi ex studenti che il loro direttore fosse rimasto vittima della guerra, voce che era ogni volta avvalorata dalla sua sparizione dall’ambiente ravennate e dalla completa mancanza di notizie al suo riguardo.
Lasciata Ravenna Calori visse a casa della sorella Teresa, nella sua amata Bologna, al civico 82 di via Turati, al secondo piano di un “villino bolognese”, come viene definita una piccola casa indipendente di mattoni rossi. Lì, fu assistito dal suo attendente, Stefano Pellicanò, che non lo abbandonò mai fino alla morte, tanto era l’affetto che provava per Calori, e che Calori stesso considerava come un figlio. Si trattava di una piccola abitazione. In pochi metri quadrati vivevano ben in 7: Calori, l’attendente Pellicanò, la sorella Teresa coi due figli, e le due nipoti, figlie del fratello Ercole , morto nel 1946, Laura e Clara, che studiavano proprio all’Università di Bologna. Calori, per lasciare le stanze da letto ai nipoti e alla sorella, si accomodava a dormire in salotto, su un divano, dividendo la stanza con l’attendente. I ricordi della nipote di questi anni sono ancora più intensi. In assoluta solitudine, Calori si prodigava per lo studio delle nipoti sfruttando le sue ultime conoscenze.
Di Arnaldo Calori piace sottolineare questo suo aspetto: si prendeva cura di tutti coloro verso i quali sentiva una forte responsabilità ed affetto, i suoi fanti prima, poi i suoi marinaretti e le sue nipoti alla morte del fratello Ercole, delle quali ebbe sempre a cuore l’istruzione e l’educazione. La nipote Clara diventerà anche lei insegnante e di questo ha sempre ringraziato lo zio e la sua cura verso di lei. Questo aspetto traspare chiaramente dal diario, dove i sentimenti sono descritti con sincerità e traspare ancora di più dai racconti della nipote, ormai ottantasettenne ma che racconta dello zio come se rivivesse tutti i giorni quei momenti che hanno profondamente influenzato il resto della sua vita.
Investì i suoi ultimi risparmi in un’azienda di studi corologici , senza grande profitto.
Passava il suo tempo a leggere, ma soprattutto a scrivere in poesia, spesso anche in dialetto. Le sue liriche spesso vennero pubblicate da dei giornali locali. In particolar modo la nipote ricorda due dei componimenti dello zio, dedicati a “l’8 agosto”, la liberazione di Bologna dagli austriaci nel 1848, e alla “Torre Asinelli”, vero e proprio simbolo della città. Torna alla ribalta un altro aspetto della vita di Calori: il suo speciale legame con la città natale, alla quale era profondamente legato.
Nonostante il suo prodigarsi non riuscì a pubblicare una seconda raccolta di poesie (come aveva fatto nel 1933, con la raccolta “Richiami”), rimanendone molto deluso.
La vita già sufficientemente triste e parca di soddisfazioni di Calori, in questo periodo, subì un’ulteriore svolta. Da qualche tempo infatti aveva instaurato una relazione affettiva con una donna sposata. Questo fatto, di cui cercò di fare sempre gran segreto, destò scalpore fra i parenti e nella comunità in cui viveva Calori. Quando questi tentò di cercare conforto negli uomini di chiesa che lo conoscevano, ricevette un netto respingimento, quasi come una sorta di allontanamento ufficiale dalla “famiglia parrocchiale” che frequentava, causando quindi in lui una profonda crisi spirituale.
Non passò molto tempo che Calori cominciò a non godere di buona salute, e gli venne diagnosticata una non meglio definita, ad oggi, malattia epatica. Passò gli ultimi giorni della sua vita allettato, sempre assistito e vegliato volontariamente e con grande affetto dal suo attendente Stefano Pellicanò.
Prima di morire volle congedarsi dalla donna a cui era legato affettivamente, come se volesse ufficializzare il proprio addio svincolandola da impegni affettivi, chiedendo poi ad un frate francescano, con grande timore e soggezione, una confessione con cui mettere a posto la propria coscienza prima di morire.
Non molti giorni dopo, il 19 marzo 1950, Arnaldo Calori si spense, verso sera.
Mentre la famiglia era riunita in salotto Pellicanò, che lo assistette fino alla fine, uscì dalla stanza che era stata ceduta allo zio Dino in quanto gravemente ammalato e annunciò: “E’ morto il comandante”. Finiva così a 57 anni, la triste vita di Arnaldo Calori.
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Chi era dunque Arnaldo Calori? Un uomo di cultura, uomo di mare, capitano in guerra, poeta, zio amorevole, affettuoso, benché severo, insegnante dei suoi marinaretti. Un uomo che credeva nell’istruzione e nell’educazione morto in solitudine e del quale la memoria storica, come spesso avviene, non ha portato traccia alcuna.
Un uomo vittima dei suoi tempi e del turbinio delle vicende storiche del XX secolo. Un uomo solo, chiuso ma profondo, come traspare dai suoi scritti. È solo seguendo la fioca luce di un segnale luminoso in lontananza che siamo riusciti a ricostruire, passo passo, la sua vicenda professionale e personale, come guidati da una mano invisibile.
Potrebbe oggi valere la pena ricordare un uomo come Calori, e riscoprirlo. Un buon punto di partenza è senz’altro il suo libro di racconti di guerra, “L’ora K”, o attraverso altri suoi scritti, sua unica vera eredità a noi giunta.

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