Storie di famiglia: mio prozio Irzio Zanotti

di Marco Ragazzini
Irzio Zanotti

Raccontare la storia del prozio Irzio in modo chiaro e distaccato non è facile per noi, suoi pronipoti, perché lui è sempre stato l’eroe di famiglia, l’esempio per tutti noi, tanto puro quanto difficile da emulare.
Anche il suo stesso nome nella nostra famiglia ha un valore particolare, Suo fratello minore Nevio, mio nonno, in suo ricordo, chiamò Irzio il suo primogenito e così noi ricordiamo un prozio ed uno zio di nome Irzio. Così dunque, a tutti noi, fin da bambini, la vita del prozio stata più volte raccontata, ma sintetizzata in quel momento di eroismo, come se Irzio fosse esistito solo in quell’atto eroico, senza un passato, senza un perché. E questo stesso racconto, nel tempo, si è progressivamente trasformato, modificato nella memoria famigliare, fino a divenire tutt’altra cosa.
“Lo zio Irzio” raccontava a noi mia madre “morì da eroe, gettandosi su una granata, per salvare i suoi commilitoni”.
Non so spiegare perché, nella memoria famigliare, quell’atto eroico si trasformò; forse perché così la famiglia rendeva più facilmente spiegabile ciò che era successo per la mentalità moderna. Non è da tutti infatti sacrificare la vita per gli altri, ma un atto di eroismo nato da una scelta istantanea, che non permetteva ripensamenti, si poteva comprendere anche in un mondo di ideali mutati, anzi di ideali rarefatti.
Ma Irzio non divenne eroe “per come morì” ed anche se fu centrato da una granata, questo accadde in un uno dei suoi rari momenti di riposo; Irzio, quando morì era già un eroe, per quello che fece, più volte, ripetutamente, per settimane, mantenendo operativa una batteria di cannoni sul monte Sei Busi, in solitudine, quando tutti i suoi uomini erano ormai caduti o rimasti feriti.
Aveva poco più di vent’anni e quando, quasi alla sua stessa età, lessi la motivazione della sua medaglia d’argento, non riuscivo a capire.
La nostra non è una famiglia di militari di professione, non ci sono spade, pugnali o divise appese ai muri, stemmi o gagliardetti, eppure Irzio e i suoi due fratelli, pur orfani di padre, combatterono tutti, i più grandi nella Prima guerra mondiale, il più piccolo nella seconda e due di essi, Irzio e Nevio, versarono il loro sangue per la Patria.
Ora devo fare una scelta: per parlare di Irzio potrei limitarmi a trascrivere parti della sue lettere, magari integrate da quanto scritto di Lui dal fratello Sergio nella biografia pubblicata nel 1919 su un dei fascicoli de “I figli di Romagna per la madre Patria – I Caduti per la Patria”, oppure potrei citare anche altre lettere (tutte conservate dal fratello Sergio), intrecciare anche altre storie e raccontare della sua famiglia, della sua vita “di prima”, per aiutare ad entrare nel suo spirito e comprendere il perché delle sua scelta. Scelgo questa seconda via, la stessa che io stesso dovetti percorrere per capire.

Irzio dunque era il primogenito della terza generazione di una famiglia di borghesi benestanti. Il suo nonno Adolfo, nato nel 1830, assieme alla devota e lavoratrice moglie Rosa, era riuscito a fondare una azienda artigiana, produttrice di cappelli e di altri accessori, che, per la qualità dei suoi prodotti, avrebbe poi conquistato quasi il monopolio della produzione dei copricapi per i sacerdoti.

Adolfo e Rosa ebbero due figli, Egisto nel 1860 e Taltibio nel 1865. Taltibio, il padre di Irzio, fu quello dei due fratelli, che più s’impegnò nell’azienda di famiglia. Un lavoro di rappresentanza che lo impegnava sette giorni su sette, per molte ore, con lunghi viaggi per tutta l’Italia.

L’edificio che ospitava la fabbrica è situato nell’ultima parte dell’attuale corso della Repubblica (l’allora corso Vittorio Emanuele) e nei pressi era situata la villa della famiglia dotata di un parco, arredato con un gran numero di pregiati alberi provenienti in gran parte dall’India (come volle Egisto, che aveva vissuto alcuni anni in India), così vasto che Nevio da bambino vi si perdette e dovettero andarlo a cercare con il guardia boschi ed in cui Irzio, talvolta, praticava lo sport della caccia, di cui era appassionato.

Due lettere del 1892 e del 1894, la prima scritta dalla sua futura moglie Adalgisa e la seconda scritta a lei da Taltibio sono, per me, rivelatrici della mentalità e del carattere dei genitori di Irzio.
“Egregio Signore. Anche questa volta mi trovo costretta a dirle ne più ne meno di quanto già le dissi. Non dubito che le informazioni che io potrei assumere a suo riguardo, siano delle migliori, ma ciò, anche predisponendomi in suo favore, non varrebbe a cambiare il mio proposito. Non so adattarmi a trattare con leggerezza una cosa grave, e voglio nutrire per l’uomo che sceglierò a compagno della mia vita, tutto il mio affetto. Tale affezione non può essere nata in me in sì poco tempo e conoscendola solo di vista. Due esseri, quantunque buoni, possono non armonizzare quanto è necessario per raggiungere quella felicità, che sola mi indurrebbe ad abbandonare la mia vita quieta e semplice, per quella più seria e difficile del matrimonio. Ella vede dunque che, pel bene di entrambi, non è possibile, per ora (aggiunto in piccolo, ndt), nessuna deliberazione. Mi creda, con istima, Forlì 8/11/1892. Adalgisa Minguzzi”
“Mia cara Adalgisetta, lascio a te immaginare la dolorosissima pena che ho provato allorché stamani sono andato alla posta palpitante per ritirare la tua cara, quando mi si è risposto che nulla vi era, mi sono sentito come una lama fredda trafiggermi il cuore, non ho voluto credere ed ho chiesto all’impiegato di guardare meglio. Egli mi ha compiaciuto, ma nulla vi era per me, siccome mi pareva impensabile che non avessi scritto, ho pensato che ti fossi dimenticata il – posta restante – e allora ho pregato l’impiegato di domandare ai portalettere se nessuno avesse avuto la mia lettera promettendo di andare dopo la seconda distribuzione, alle 12, da me all’ufficio. Vi sono ritornato infatti, ma nemmeno questa volta vi era la tua. Non so dirti quanto mai abbia sofferto. Non sono forse abbastanza angosciato? Sembrava che natura volesse mettere a prova la mia costanza, per vedere quanto sono capace di soffrire. Basta, alle 8 di stasera, sfiduciato ed altrettanto angustiato, di nuovo sono tornato alla posta e, lo confesso mi vergognavo, finalmente! … mi hanno consegnato la letterina tanto desiata! l’ho presa, l’ho baciata e ribaciata, guardata e riguardata, per assicurarmi se era proprio tua, sono volato nella mia camera, ho chiuso la porta, onde essere solo e gustare meglio l’emozione. Povera Adalgisetta, quanto hai sofferto e quanto soffri! Io che ti adoro, io che sono colpito dalla stessa ambascia, comprendo la tua immensa desolazione, povero angelo mio! La storia delle tue pene infinite mi ha profondamente commosso, mi ha fatto piangere molto ed il pianto ed il pensiero che tu soffri per me solo, mi hanno fatto bene ed ora sto meglio. Tranquillizzati però, idolo del mio cuore, che se tu soffri per me io non mi so dar pace per essere lontano da te … Lo schianto che ho provato iersera lasciandoti, tu solo idolo mio, lo puoi immaginare, perché anche tu soffri orribilmente. … Ho passato una notte orrenda e pianto tutta la notte, oggi sono stato come pazzo ed ora piango qui solo nella mia stanza … Mia Adalgisa, mia unica speranza, ma non vedi che lettera sconclusionata ti scrivo? … Ah mia carissima Adalgisa, se non fosse il pensiero che un giorno avrò la ricompensa della nostra unione e che soffro per il nostro amore, ti giuro che oggi l’avrei fatta finita con questa esistenza scellerata … ma tu cerca di ragionare con te stessa, che questo è l’ultimo viaggio che farò così lungo e, per Dio, chissà che mediate questo non possiamo abbreviare l’epoca del nostro matrimonio … Animo dunque Adalgisa, che cinque mesi passano presto e, vedrai che riuscirò ad accorciare il viaggio … ma se sapessi che tu non vuoi assolutamente che io stia fuori tanto, tornerò da te. Adalgisa dunque sorridi! Però, prima di farmi tornare a casa, pensaci bene, perché darei molto danno ai miei interessi di bottega e, forse, ai nostri. …”
Dunque la maestra comunale Adalgisa era una donna volitiva che sapeva quello che doveva fare e quello che doveva pretendere dagli uomini della sua vita. Taltibio, dopo averla corteggiata per più di due anni, quando finalmente ottenne il consenso al matrimonio, dovette partire per un viaggio di lavoro di ben cinque mesi. Era pronto a rinunciare se lei glielo avesse chiesto, ma sperava che lei capisse che quello era il suo dovere, anche per il loro stesso futuro. E l’Adalgisa capì perché poi si sposarono ed ebbero tre figli maschi, il nostro Irzio nel 1897, Sergio nel 1898 ed infine mio nonno Nevio nel 1902.
Purtroppo però Taltibio, dopo lunga malattia, morì a soli 52 anni nel 1907, lasciando l’Adalgisa vedova con tre bambini.
Il patriarca Adolfo era già scomparso nel 1902 e poi sarà la volta della nonna Rosa nel 1908 ed infine di Enrico, il fratello maggiore dell’Adalgisa.
La bisnonna Adalgisa si trovava così vedova, con il solo appoggio del cognato Egisto nell’azienda ed il conforto delle sorelle, con un bambino e due ragazzi da accudire.
L’amore patrio era già grande in quei ragazzi tanto che il piccolino Nevio, probabilmente ispirato dai racconti risorgimentali legati alla vita del nonno, appena tredicenne era fuggito da casa per andare ad unirsi ai volontari di D’Annunzio. Intercettato e rispedito a casa deve aver dato non pochi pensieri a madre e fratelli.
Allo scoppio della guerra Irzio ha appena diciotto anni ed alla fine del 1916 parte per la prestigiosa accademia di artiglieria di Torino, lasciando mamma e fratelli ed un amore contrastato; dopo un anno anche Sergio compie diciotto anni ed anche lui parte per l’Accademia di Artiglieria.

Ancora un poco di storia di famiglia prima di raccontare del nostro Irzio.
Dopo la guerra l’Adalgisa si trovò priva degli uomini che più di tutti avrebbero dovuto sostenere l’azienda di famiglia, Adolfo, Taltibio ed Irzio, tutti scomparsi. Ma abbiamo visto che la bisnonna era donna volitiva con una grande considerazione del suo valore e di ciò che voleva dai suoi figli. Il sopravvissuto Sergio, diventerà un rinomato professore e l’Adalgisa finanzierà i suoi studi prelevando fondi dall’azienda, nonostante l’opposizione di Egisto, che alla fine chiese di essere liquidato e di uscire dalla società.
Al figlio Nevio che abbiamo visto personalità ribelle e creativa, ordinò di farsi carico dell’azienda ed anche, come probabilmente sarebbe potuto accadere ad Irzio, di sposare una ricca possidente poco più che ventenne, molto innamorata di lui ma non ricambiata, mia nonna Lina. Nevio comunque si dedicò al suo incarico con tutto il suo impegno, ma i continui prelievi per conto di Sergio finirono per mettere in difficoltà l’azienda, fino alla decisione di saldare tutti i debiti e sospendere la produzione*.
Siamo giunti allo scoccare dalla Seconda guerra mondiale e Nevio partì, come in passato i suoi fratelli, per servire la Patria in guerra. Resta di lui il ricordo di mia madre, bambina di sei anni, alla stazione mentre lui si accingeva a salire sul treno. Lina piangeva, i suoi tre figli maschi tacevano, la bambina disse “Papà non partire!”, lui ridiscese dallo scalino del treno, la prese in braccio e le disse “non ti preoccupare, tornerò presto”, ed in effetti tornò, ma solo dopo cinque anni, totalmente cambiato, distrutto nel corpo e nello spirito, dopo due anni di prigionia in India, per morire dopo poco, senza essere riuscito a dir nulla alla moglie ed ai figli. Una storia simile a tante altre quasi a sembrare banale, se non che questo era il secondo fratello che partiva e moriva, un tributo di sangue alla Patria altissimo per una sola famiglia.

Cartolina Scuola Bombardieri con nome errato

Il diploma da bombardiere di Irzio Zanotti con evidente errore di compilazione: Irzio è diventato Ezio

Torniamo ora al nostro Irzio rimasto orfano a soli sette anni, si trovò ad essere l’uomo di famiglia e, se pur bambino, prese questo suo nuovo ruolo molto seriamente, s’impegnò a fondo nello studio anche se non si sentiva ad esso portato, per poter quanto prima impegnarsi negli affari famigliari (così ricorda Sergio nel fascicolo citato). Crescendo divenne appassionato di caccia al capanno, che praticava anche nel parco di famiglia, possedeva molti uccelli da richiamo che non teneva in gabbia ma liberi di volare in un ampio stanzino. Da buon romagnolo maturò idee politiche socialiste e repubblicane.
Era portato soprattutto per la matematica e terminato l’Istituto Tecnico si iscriverà al Politecnico di Torino nel 1915, a guerra già scoppiata, per poi trasferirsi all’Università di Bologna, iscritto al corso di Matematica (Biennio per Ingegneri), per stare più vicino alla famiglia, in attesa della chiamata alle armi, che puntualmente arrivò alla fine di quell’anno. Partì dunque, come allievo ufficiale, per l’Accademia di Artiglieria di Torino.
Nasce in questi anni il suo amore per una donna di origini umili, non gradita alla madre Adalgisa. Un amore a cui resterà fedele fino alla fine.
Durante i due periodi torinesi, scrisse molte lettere alla madre, al fratello Sergio (prossimo anche lui alla chiamata alle armi) ed ad altri amici, che sono già rivelatrici della delicatezza del suo carattere: le lettere alla madre sono piene di entusiasmo e di allegrezza, solo al fratello ed agli amici racconta dei suoi dubbi, dei suoi problemi, delle malattie. Anzi nel dubbio che la madre possa non credere alla sincerità di tutte queste buone notizie spesso aggiunge “dovete credermi mamma, se non fosse per la censura di guerra, potrei raccontare di più, essere più preciso ed allora comprenderesti meglio l’entusiasmo …”.
C’è una lunga lettera dell’Adalgisa del 12 novembre del 1915 ore 19 e 30 ad Irzio, da poco trasferitosi per la prima volta a Torino:
“Mio caro Irzione anche questa mattina ho ricevuto la tua lettera, che mi ha fatto contentissima. Ho già fatto premura per le tue scarpe prima ancora che tu me lo chiedessi, ma Virginio mi ha detto che fino a quest’altra settimana non te le può accomodare, ho detto che le tenga abbondanti perché le nuove ti fanno male… Godo a sentirti allegro, non farti prendere dalla malinconia. Fra poco poi comincerai a studiare, così il tempo passerà meglio. La visita dei tuoi compagni mi ha fatto immenso piacere. Abbiamo sempre parlato di te, delle tue presentazioni e ridevamo della tua cavalleria provetta. Quando sono partiti mi è presa malinconia pensando che loro sono qui e tu tanto lontano … non dimenticarti di andare dalla sig.ra Belaverano neh! Altra cavalleria in opera, vorrei vederti… Nevio è sempre il medesimo, non cattivo, ma svogliato. Ha letto la tua lettera ed è rimasto un poco pensieroso poi … penso che dimenticherà troppo presto … I tuoi uccelli stanno bene. Domani tornerò a curarli. Voglio raccontarti un aneddoto grazioso. Ieri sera due guardie di sicurezza in borghese ubriache vennero in casa nostra per spandere acqua lungo il viale, con la scusa di cercare una persona il cui nome è ignoto. Lo zio, capirai, li mandò via e subito pensammo: se ci fosse stato Irzio avremmo dubitato che fossero venuti per aver sentito qualche fucilata.”.

Ancora una lettera dell’Adalgisa del 18 gennaio del 1917, che dà consigli ai due figli Irzio e Sergio e spiega i sentimenti di una mamma:
“Mio Irzione, ti scrivo in fretta perché ho ancora Nevio nel letto quantunque senza febbre, domani se è sempre sfebbrato lo alzerò. Oggi ho ricevuto due volte tue notizie, stamattina la lettera, stasera la cartolina e le cartoline degli zii e di Sergio. Sento che hai un occhio rosso, hai fatto bene a marcar subito visita; col male non si scherza, specie con gli occhi e col dubbio che avevi che potesse trattarsi di un’infezione. Ad ogni modo, anche se è solo aria, seguitando a star nel freddo avrebbe sempre peggiorato e non devi andare in camerata finché il medico non ti dice da sé che puoi andare, anzi, finché non ti mandano via. Non mi mette in pensiero l’occhio perché conosco tali disturbi, tanto più che so’ come si stia in infermeria, da quanto me ne hai scritto tu e da quanto me ne dicesti a voce. Ti servirà di riposo, tanto più che se a Torino il tempo è come da noi, non potrebbe essere peggiore: neve, acqua e vento; un vero inferno. Ti ringrazio della premura dandomi spesso tue notizie, specie in questo momento. Domattina ti spedirò due maglie; una grossa ed una meno, quella che lasciasti tu cambiandoti, due ventriere (regalate dagli zii), una ciambella e mezzo chilo di salsiccia stagionata, che puoi mangiare quando credi, perché non va mai a male. Avrei desiderato che il pacco ti fosse giunto domenica che è il tuo compleanno, ma temo assai che arrivi in tempo. Ad ogni modo unisco alla presente dieci lire, perché ti possa comprare in quel giorno quello che meglio ti fa piacere. Ti giungano con l’augurio più caldo di tua madre che ti ama tanto e che ti ricorda sempre come uno dei figli più affettuosi. Io non ho nulla a rimproverarti riguardo l’affetto ed il rispetto per la tua mamma, pure, allorché diverrai babbo, comprenderai quant’immenso sia l’amore dei genitori per i figli e dirai “quanto bene voglio a mia madre eppure quanto maggiore è il suo affetto per me”. Questo dico perché anch’io, come te, ero affettuosissima con la mia mamma, mi sembrava che un affetto più grande non potesse essere, ma diventando mamma ho capito che il mio amore per i miei figlioli superava a quello che portavo a mia madre. Ti segua il mio augurio apportatore di ogni felicità e mi sia dato di poter festeggiare il tuo ventunesimo compleanno in casa mia, in mezzo a tutti i tuoi fratelli. Possa essere passato questo flagello che porta ovunque la sventura e ci sia dato riunirci presto in famiglia felici e contenti. Da Sergio nulla di nuovo, Benelli dice che c’è un corso di cavalleria, vedremo. L’altro ieri leggemmo nel giornale che i militari studenti di medicina cercheranno di avvicinarli alle università a cui sono iscritti. Se fosse vero e si estendesse al 98 questa legge! Speriamo. Sergio è oggi a Bologna (si iscriverà a Medicina per poi passare a lettere e filosofia dopo la guerra, ndt) … Tanti auguri ed infiniti bacioni dalla tua mamma che ti ha sempre nel cuore. Nevio mi dice di darti tanti baci e di farti tanti auguri; se domani starà bene ti scriverà da sé. Gli zii ti salutano caramente e tutti ti baciamo. Ancora una stretta al seno dalla tua mamma.”

Destinato al terzo montagna fu a Bergamo, poi due giorni in licenza a Forlì, poi di nuovo a Bergamo da dove partì per il fronte nel marzo 1917. Era entusiasta delle truppe di montagna e della posizione a lui affidata, poi però improvvisamente arrivò l’ordine di recarsi a Susegana alla scuola bombardieri. “Mamma, stai tranquilla, quel che si dice delle bombarde non è più vero giacchè queste armi sono state così perfezionate che una disgrazia sarebbe addirittura un anacronismo. Poi le bombarde sono pesanti e non possono trasportarsi facilmente e quindi non c’è il pericolo di ricevere l’ordine di avanzare immediatamente dietro la fanteria. Poi, bisogna confidare nel destino che Dio ci dà … L’unico pensiero che mi tormenta è il timore che tu ti agiti e ti tormenti per me. Il tuo Irzio che pensa sempre alla sua mammona lontana.”.

laurea irzio zanotti

Liana Zanotti, figlia del fratello minore Nevio di Irzio, ritira la pergamena della laurea Honoris causa data dall’Università di Bologna alla memoria del suo zio.

Zona di guerra 29 giugno 1917 (Monte Sei Busi a 19 Km dai Kaizeriega), questa lettera mi ha fatto sentire Irzio più vicino, i piccoli intrighi per allungare di qualche giorno la licenza:
” Carissima mamma, ieri e l’altro ieri mi è mancato il tempo per la domanda della licenza per esami. Anche ieri sera andai dal Colonnello per il comandante della batteria. Questa mattina sono andato al gruppo e mi sono informato dall’Aiutante Maggiore, mio amico per la mia licenza. Il documento che ho dell’Università non va più perché è già decorso troppo tempo dal giorno dell’esame, perciò ho bisogno faccia quanto segue: scelga tre esami del 2° anno e del 2° appello in modo che da uno all’altro ci siano due giorni di intervallo (questo allo scopo di avere la licenza più lunga) e bada che il primo non capiti prima del 7 ed 8 luglio, diversamente non farei in tempo. Fai così come ti ho detto, senza temer nulla, ti spiegherò poi di persona … Bisogna però tener presente che dal primo all’ultimo non ci devono essere più di otto giorni ,,,” ripete di nuovo le istruzioni “Poi, naturalmente mi spedirai il certificato rilasciato dall’Università. È necessario fare tutto con la maggiore celerità. Ora che la batteria è in posizione è un po’ più difficile ottenere la licenza, ma chissà non la possa avere ugualmente … Oggi è stata una giornata eccezionale, ad eccezione di qualche Snapnell contro areoplani, non si è sentito un colpo. Oggi non ho avuto quasi nulla da fare e mi sono potuto riposare nella mia dolina. Quanto mi stufo a stare nella mia dolina, prendo la pistola e vado a tirare a segno in qualche dolina disabitata. La mia salute è ottima, il morale è altissimo. Io spero che tu starai di buon animo tanto più che, come vedi, almeno fino ad ora, sono capitato bene.
Mi congratulo con lo zio per il suo lavoro continuo, salutalo tanto per me … Dei miei uccelli ne è morto più nessuno? Non ti scordar di loro. Baciami Nevio. Tu sta tranquilla per me ed abbi fiducia di una prossima fine di questa guerra. Vedrai che più presto che credi potrai rigodere la pace nella nostra casa insieme a tutti i tuoi figlioli, sani e felici. Stai bene di salute? Gradisci i miei auguri ed i miei baci affettuosi. Tuo affezionato Irzio.”.
Negli stessi giorni però annota nel suo diario; “Un cimitero improvvisato: il terreno cosparso di croci co’ solo i nomi. Una più grande con la scritta “Austriaci sconosciuti”. In una trincea austriaca abbandonata dietro un eroico attacco dei nostri mi si presenta una scena macabra. Rovesciati a terra, in posizioni tragiche, cadaveri nemici e nostri. Più avanti in una caverna, un austriaco: imponiamo la resa – non si muove – è ferito alle gambe. Lo facciamo trar fuori, adagiare su una barella, e portar al luogo di medicazione. E’ un bel giovanotto biondo! In un’altra caverna, un altro austriaco orribilmente ferito alla faccia e cieco; tutto il viso scarnato; ha la forza di reggersi a stento sulle gambe, Fa segno di aver sete. L’adagiamo sul letto di una tenda e lo trasportiamo. Più avanti troviamo dell’acqua. Egli non vede la gavetta, ma appena sente le prime stille di acqua, con un’avidità che ci commuove, porta le mani alla bocca e beve con desiderio.” .
Scrive a Sergio: “Tieni in alta considerazione la disciplina e gli insegnamenti dell’Accademia, Sergio, perché se, e Dio non voglia, sarai anche tu destinato in batteria, ti saranno utilissimi… Qui tutto è diverso, anche l’amicizia dei compagni non è più un conforto, molti preferiscono appartarsi, legarsi a pochi amici, per sfuggire allo strazio di vedere l’amico morire dilaniato dalla mitraglia …”
Di nuovo appunta nel suo diario: “Forte cannoneggiamento … Alla sera il Tenente Ligabue ricompare pallido, disfatto, alla nostra baracca. Egli ha portato all’assalto due battaglioni: il Colonnello gli bacia le mani … I mitraglieri si riordinano per ripartire con un altro Sottotenente. Il capitano stenta a seguirli per il dolore ad un ginocchio prodottogli da un sasso scagliato allo scoppio di una granata. Il Tenente lo prega di restare, ma egli non vuole abbandonare i suoi uomini, si scuote da un brivido che gli corre le ossa, e parte. Poche ore dopo il suo corpo è maciullato da una granata…”.
Però alla mamma scrive così, il 4 luglio 2017: “Carissima mamma, ho ricevuto la tua carissima del 1° e te ne ringrazio. La mia salute, come sempre, è ottima. Hai visto la Russia? Ha ripreso l’offensiva ed ha già fatto 10000 prigionieri. Se seguita, l’Austria dovrà per forza togliere uomini e cannoni da qui e quindi oltre a non poter fare attacchi, non potrà sostenere i nostri e chissà una buona volta che non si decida a chiedere la pace. La notizia della ripresa dell’offensiva russa ha animato molto le truppe. Domani vado di nuovo in posizione e vi rimarrò per due giorni, poi sarò giù di nuovo. Tu sta tranquilla perché la caverna è già profonda ed il ricovero per l’ufficiale di servizio è completato e quindi, se anche ci dovessero tirare, entro i nostri ricoveri sentiremo solo il rumore dei colpi. Poi credi che, con le batoste che ricevono dalla Russia, avranno poca voglia di fare delle offensive. Sono sempre di buon umore. Ho pure ricevuto una lettera da Sergio, ove mi parla della fine del suo corso. Ho tanto piacere che Sergio si trovi così bene e che sopporti bene le fatiche. Questa del resto è la prova sicura che egli è sano … Io credo che Sergio non arriverà a venire al fronte perché sono convinto che la guerra sia molto prossima alla fine e questa convinzione, se è pure la tua, deve renderti molto serena, pensando che presto potrai avere tutti i tuoi figli vicini per non vederli mai più fuggire da te. Anche oggi abbiamo avuto una giornata tranquilla. Qui nessuna novità. Io non ho nulla di nuovo da dirti, se non di pregarti di stare sempre tranquilla e di buon animo. State tutti bene. Saluti affettuosi a tutti. Baciami Nevio. Gradisci i miei baci affettuosi ed i miei auguri.”.

Lapide

La lapide a ricordo degli studenti caduti dell’Istituto tecnico di Forlì

Di nuovo a Sergio pochi giorni dopo: “Stanotte son rimasto solo, e da me ho sparato sedici colpi, fin le spolette ho messe da solo … La prima sera ci fu un violentissimo attacco nemico a Castagnevizza, sulla nostra sinistra, ma fu completamente ributtato. Quella notte toccò a me aprire il fuoco. I proiettili dell’artiglieria austriaca battevano con raffiche infernali la mia zona. Una granata scoppiò poco discosto da me: mi toccò una pioggia di sassi sulle braccia – non fu nulla …”. Sta descrivendo alcune delle azioni che gli varranno la medaglia d’argento, come se fossero solo faticose, non eroiche.

Tornò a Susegana per passare ad una batteria da 240: “Caro Sergio, dicono per valore, ma non ci credo”. Lì passò da aspirante sottotenente a sottotenente. Fu per breve tempo a Terze di Piave a formarsi la batteria: tornò appartenendo alla seconda armata.
Cominciò dunque la sua carriera di ufficiale trasferendo nell’espletamento di quest’incarico il suo temperamento e le sue convinzioni morali e sociali. Lo chiamavano il ”Tenente Romagnolo” e nelle lettere alla madre parla spesso dei suoi uomini:
“Ieri è venuto l’ordine di riapertura delle licenze per la Sicilia e ne ho avuto molto piacere, così abbiamo potuto mandare a casa alcuni ragazzi che mancavano da quattordici, quindici ed anche diciotto mesi da casa … Oggi devon arrivare altri soldati. Spero che sian tutti delle classi giovani – io non so comandare a persone anziane … Io vivo molto della vita dei soldati – sono convinto che si possa fare molto interessandosi di loro. Li punisco di rado; un rimprovero giusto val più di una punizione: loro devono vedere nel loro superiore non un giudice ma una guida illuminata e capace. L’altro giorno mi fu condotto un soldato colpevole di non ricordo cosa; sai di quei poveri diavoli piovuti dalla montagna! L’ho rimproverato, spiegandogli dove aveva errato ed egli si mise a piangere … L’altra sera chiamai un soldato febbricitante che usciva dalla visita medica assai triste: mi interessai di lui e lo confortai; mi faceva pena così sperduto in quel camerone, tutto solo col suo male, e dissi al caporale di cucina di dargli una gavetta di caffè ed il domani un’altra di brodo. Egli mi fissò con gli occhi pieni di riconoscenza. Oggi mi dice: signor tenente, vorrei chiederle un favore … Vorrei la sua fotografia per tenerla per suo ricordo! Anime rudi e generose, quanto poco basta per farle risplendere!”.

Parte dunque per la prima linea con le sue bombarde, raccomanda alla mamma di star tranquilla, che starà benissimo ed al sicuro nelle profonde caverne che sanno costruirsi. Giunge in posizione nei pressi di Gorizia.
Più la situazione si fa pericolosa più rassicura la mamma, sembra quasi una scampagnata! “Cara Mamma, il mio buon umore non mi manca ed il mio indivisibile fischio risuona spesso fra queste vallate, e gli fa eco qualche volta, il fischio più acuto dei proiettili. Soltanto vorrei saperti tranquilla e serena, ed allora il mio canto sorgerebbe più gaio e più frequente, mentre ora si arresta spesso al pensiero che tu sei forse agitata ed in ansia per me. Chi sa quante volte, mentre io mi lascio andare alla spensieratezza, tu vivi in angustia ed in pena credendo il tuo figliolo in pericolo! Persuaditi, mamma, sto in buonissima posizione, abbi fede nelle mie parole …”.
Ma con Sergio che fra poco sarebbe stato nominato anche lui ufficiale è bene essere chiari: “Non dir nulla alla mamma alla quale ho detto che sto benissimo … Speriamo di poter rivedere presto assieme la nostra Romagna bella o almeno tu per entrambi!”
Alla mamma il 16 agosto: ” … Questo settore è molto tranquillo. Io vorrei scriverti tutto il giorno, ma qualche volta mi è impossibile. I disagi e le fatiche della guerra non li sentirei se fossi certo che tu sei di buon umore, ma se ti so agitata, allora sto molto male.”. Poi il 21 agosto:”… Noi dormiamo in una galleria molto profonda, che ci tiene al sicuro dalle male intenzioni degli austriaci. Questo settore è sempre molto tranquillo. Il morale è elevatissimo … Come sarò felice quando, a guerra compiuta potrò ritornare a casa dalla mia mammona cara!”. Ancora il 24 agosto:”… Ci siam trasportati con le brande ed i viveri in una caverna che può resistere anche ad un 305, quindi, nei momenti critici, faremo come i grilli: dentro … e lasciali tirare! Del resto, fin’ora non è arrivato un colpo da noi. Da questa avanzata ce la siamo cavata senza prendere parte al combattimento”. Ma a Sergio, lo stesso giorno: “Qui fa un po’ caldo, ma non star in pensiero per me; vedrai che tutto andrà bene. Lavoro giorno e notte; il sonno è divenuto un pio desiderio! …”.
Il 26 agosto alla madre: “Il mio settore è sempre tranquillo, la notte dormo nella mia invidiabile branda e nella sicura caverna. Tu stai tranquilla e serena per me, perché sto molto meglio di quello che tu forse non credi”. In realtà la notte precedente un incendio aveva devastato la sua caverna, con la branda e gli indumenti ed era costretto a dormire nella caverna dei soldati, i quali s’eran dovuti riunire in quaranta, in un luogo capace solo di un piccolo numero di persone.

14 settembre 1917: “Mia gentile signora, con l’animo affranto rispondo alla sua lettera. Il povero Irzio Zanotti era il più bravo, il mio più prode ufficiale e per la sua giovinezza, per la sua bontà, per il suo coraggio, io l’amavo fraternamente ed i suoi soldati lo adoravano. Partiti l’8 agosto da Susegana giungemmo la sera stessa in prima linea; da allora non avemmo un minuto di riposo; occorreva essere pronti al più presto. Zanotti, mai stanco, era sempre il primo ad ogni fatica, e nessun disagio, nessuna privazione, piegava il suo bell’entusiasmo. Un solo desiderio, combattere e poi rivedere la sua amata Forlì! Io gli avevo promesso di inviarlo, ironia della sorte, in licenza premio ad azione ultimata. Il 18 agosto si scatenò furiosa ed irresistibile la nostra avanzata. La 221 bombarde era in primissima: la più avanzata, la più esposta, la più bersagliata. Irzio comandava la prima mezza batteria, sempre tranquillo, sempre allegro, incurante del pericolo, ed io che l’amavo e l’apprezzavo dal mio nido, posto fra i reticolati, squassati dalla mitraglia nemica, ero ben tranquillo per i miei pezzi da lui comandati. Ed in quelle giornate terribili di fuoco e di strage, ben mi avvidi che a ragione avevo riposto in lui il mio affetto e la mia fiducia. Ma il 26 agosto, triste data per me e per la mia batteria, verso mezzogiorno, tutti gli ufficiali della 221° erano riuniti nel baracchino ove io dormivo e seduti sul mio lettino, trasformato in tavolo, mangiavamo la nostra parca mensa: il nemico intanto sfogava la sua ira bersagliando con le sue artiglierie le nostre posizioni. Irzio sedeva a capo del mio lettuccio, io in piedi; al centro era un altro giovane aspirante: Francesco Reali di Cassino, nella branda vicina sedevano altri due miei ufficiali: il sottotenente Bassi e l’aspirante Catemario. Vicino a Zanotti il suo fido attendente, il soldato Biancuzzi Angelo, che mai lo lasciava. Verso le 12 e 45 avevamo quasi finito il nostro desinare, quando ad un tratto uno scoppio improvviso m’investì … a stento mi rialzai e quasi soffocato uscii all’esterno per chiamare soccorso. Una granata nemica di medio calibro aveva sfondato il nostro baracchino scoppiando all’interno. Per primo rientrai per portare soccorso ai compagni, ma al diradarsi del fumo e della polvere, vidi il povero Irzio Zanotti, riverso sul mio lettino. Vicino a lui, a lui riunito nella morte, il suo attendente fedele. Sullo stesso lettino sconvolto, un altro cadavere: l’aspirante Reali … Raccogliemmo devotamente le loro salme, componendole in tre modeste bare, che i soldati prepararono con le loro mani, e all’indomani, mentre ancora infuriava la battaglia, mentre la prima mezza batteria, quasi a vendicare la morte del suo giovane e prode comandante, scagliava il suo uragano di ruina e di strage nelle linee nemiche; a pochi passi dai suoi pezzi, vicino agli altri eroi della batteria già caduti, il prode Irzio Zanotti venne sepolto e con lui, alla sua sinistra, il suo attendente, a destra il collega Reali. .. Dal 18, oggi, per la prima volta, la furiosa battaglia ha un po’ di tregua. La 221°, signora, trovasi a nord est di Gorizia, sopra Salcano, sulle pendici di monte San Gabriele, monte infernale, monte di morte. La batteria ed i suoi uomini stanno vicino alla quota 227, fra questa e la quota 343. Non rivelo un segreto di guerra, ma do alla madre il modo di sapere ove giace il figliolo gloriosamente caduto … saremo custodi affettuosi della tomba gloriosa fino a che, cessate le armi, o scacciato più lungi il nemico, non sarà dato alla desolata mamma l’ultimo conforto di raccogliere i resti gloriosi del figlio che l’inesorabile divoratrice di vite le ha tolto … Ed ora mi permetta che io, alla desolata mamma del mio Zanotti, porti, non inutili parole di condoglianza, che non saprei scrivere, ma un abbraccio figliale: con le lacrime agli occhi mi permetta di abbracciarla e di baciarla, come abbracciai e baciai mia madre piangente, quando un siluro di un sottomarino nemico fece scomparire nelle acque del mare il suo primo figlio, il mio primo fratello. Suo devotissimo Capitano Mario Sciomachen”.
“Gentile signora, dolorosissima ci giunse la triste notizia della perdita del suo figliolo che noi conoscevamo tanto buono. Le sia di conforto, cara signora, che altri condividono la loro pena. Unite alle nostre condoglianze voglia gradire tante buone cose per l’altro suo figliolo e cordiali saluti. Luisa Callora”.

E così la storia è stata raccontata così come fu scritta dai suoi protagonisti. E’ il momento di capire il perché di quegli eroismi. Cosa accomunava il padre Taltibio ai figli Irzio, Nevio e Sergio? Potremo dire senso dell’onore, del dovere, la fedeltà … tutte parole che loro avrebbero ben compreso ma che non hanno più lo stesso valore ai nostri giorni. Addirittura il senso del dovere talvolta sembra assumere una sfumatura negativa come se il dovere fosse “fare cose che non si vorrebbero fare perché costretti ed incapaci di ribellarsi”. Allora io voglio dire che questi uomini della vecchia borghesia della periferia romagnola avevano un saldo e concreto “senso della necessità”. Facevano quello che era necessario fare, quando era necessario farlo, non arretravano, non si scansavano, non potevano neanche pensare di farlo: erano fatti così. Quando fu necessario impegnarsi per la famiglia Taltibio partì, mettendo a rischio il suo matrimonio con Adalgisa, Nessuno di loro amava la guerra, avrebbero fatto di tutto per evitarla, ma quando questa fu ineluttabile partirono, non per immolarsi ma col desiderio di ritornare alla propria casa ed alla propria famiglia. Ed infatti, finché fu possibile cercarono di conciliare i doveri di soldati con la voglia di rivedere la loro casa e la loro famiglia. Irzio con i suoi complicati ed unitili disegni per allungare di qualche giorno la licenza, Sergio tentando di rimanere il più possibile vicino a casa. Ma quando si trovarono nel momento cruciale, in cui era chiaro che era necessario agire, compirono il loro dovere con naturalezza e senza esitazione, ed Irzio in modo sublime, anzi sorprendendosi dell’ammirazione che questo suscitava:”Caro Sergio, dicono per valore, ma non ci credo”.

Rileggendo queste storie, noi pronipoti, che abbiamo un altro cognome, che ricordavamo altre storie di altra famiglia e che del nostro eroe sapevano solo quel poco che ci raccontava nostra madre, abbiamo imparato a conoscerlo. Voglio pensare che con questo ricordo Irzio possa ritornare ancora come aveva sempre desiderato nella sua famiglia, una famiglia diversa, ma comunque sua.

Un ultimo pensiero ed un’ultima lettera resta da leggere.
Ripensando a quel ragazzo di ventun anni, che era già un eroe senza saperlo, che si trovava con i commilitoni nella stanzetta del suo comandante a consumare un pasto finalmente caldo, mi sono spesso chiesto, se non fosse morto, cosa avrebbe fatto, a cosa avrebbe pensato, poco dopo, prima di andare a riposare, prima di tornare in quell’inferno in cui operava? Il mistero è in parte svelato da quella lettera di condoglianze che ho sopra riportato e dai due foglietti che gli furono trovati nel taschino.
“Mio amatissimo, ora mantengo la promessa che ti feci ieri di scriverti… Mio caro, quanta gioia e quanto conforto mi recano le tue lettere! Lo so’ che sta a me cancellare o eternare questo nostro amore, ma io voglio eternarlo perché t’amo molto e sinceramente. Non puoi immaginare il dispiacere che io ho provato e che provo tuttora nell’essermi ammalata proprio negli ultimi giorni che dovevamo stare assieme ed in cui volevo dimostrarti tutto il mio amore! Il tempo è limitatissimo e, se dovessi rimanere a letto per parecchi giorni, tu andrai a Torino senza che io sia riuscita a far rinascere in te l’amore e la stima per me e questo sarà per me un grande dolore ed anche un rimorso… Mio caro il mio pensiero è continuamente rivolto a te, sento d’amarti sempre di più! Irzio, quanti sogni faccio con la mia fantasia! Se si avverassero, come sarei felice! … Mi spiace molto che tu sia in pensiero per la mia salute, mio caro amore! … Ma io voglio guarire presto e bene per venirti a parlare con te, per farti vedere che non sono più la Luisa fredda e distratta di una volta, per farti sentire che il mio amore è infinito. Quanto ti amo. Sei tutta la mia vita, il mio idolo, il mio unico amore. Baci Luisa”, Forlì 28 ottobre 2015, ore 11.

Forlì 02 giugno 2018
Marco Ragazzini

* Alla fine della Seconda guerra mondiale uno degli operai della fabbrica andò a trovare mia nonna Lina per avvertirla che qualcuno stava utilizzando il rinomato nome ed il marchio dei Zanotti per produrre e vendere cappelli e che lui con altri avevano salvato alcune delle macchine ed erano pronti a riprendere la produzione e reclamare il marchio. Da poco Nevio era morto e la Lina non se la sentì di riavviare da sola l’azienda. Fatto sta che anche oggi esiste una fabbrica di cappelli Zanotti.

pagina carlino honoris causa

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