Arditi delinquenti e protofascisti? Uno stereotipo duro a morire

Di Giacomo Bollini.

Il 2018 volge al termine e con esso termina anche l’ultimo anno del centenario della Grande Guerra. Tirare le somme di questo centenario è un’operazione complessa che necessiterebbe più di queste poche righe. Che molti addetti ai lavori ritengano questo centenario, almeno per quanto riguarda l’Italia, un’occasione mancata è noto ed è opinione assai diffusa.
Pochi giorni fa, purtroppo, nella trasmissione televisiva “Atlantide” abbiamo avuto la controprova di quanto, ahimè, questo centenario e centinaia di migliaia di pagine scritte, più o meno buone, siano servite a poco. In Italia molti cliché sono duri a morire. Anche la memoria storica della Grande Guerra ha diversi di questi cliché. Basta frequentare una delle tante pagine facebook dedicate al Primo conflitto mondiale per rendersi conto quanto, purtroppo, uno dei post più frequenti sia quello che porta insulti a Luigi Cadorna, il “massacratore” il “fucilatore” …eccetera eccetera. L’analisi storica è andata da anni oltre e la discussione ha sviscerato questa tematica abbondantemente. La consueta e nefasta abitudine italiana di autodenigrare e sminuire la storia militare del paese si ripropone ciclicamente. Un altro di questi cliché che si ripropone frequentemente è senza dubbio quello legato agli arditi che, per l’appunto, è stato riproposto nella trasmissione “Atlantide” pochi giorni fa. Ospite della trasmissione di Andrea Purgatori era Antonio Scurati che, fresco del suo ultimo lavoro, una biografia romanzata di Mussolini, dal titolo “M”, ha ripercorso gli albori del suo percorso politico che trova le sue radici nella Milano del primo dopoguerra, dove alcuni ex arditi, costituitisi in associazione combattentistica, gli diedero, oserei dire momentaneamente e parzialmente, appoggio. Scurati ha definito, nella sua dissertazione, gli arditi come ricettacolo di delinquenti e di protofascisti, con un’analisi alquanto sommaria e decisamente sbagliata. Con rammarico mi trovo ad esprimere il mio parere su questo episodio, chiamato in causa da molti amici che mi hanno sollecitato. E con rammarico, ancora prima di dire nello specifico la mia, a dover constatare che nel nostro paese, basta spesso avere un buon ufficio stampa, qualche buona amicizia nei posti giusti, per poter essere chiamati in questione a dire la propria su temi delicati dei quali, tutto sommato, sia ha conoscenze sommarie e raggranellate solo negli ultimi tempi, a fronte e in spregio di chi, invece, a certe tematiche dedica anni di studi, competenze e sudore, senza venire minimamente “fumato” da alcuno.
Lungi da me gettare discredito sul lavoro di scrittore di Antonio Scurati che, anzi, ammetterò, annoveravo fra le persone stimabili: l’ho sentito parlare più volte, anche dal vivo, sulle tematiche più svariate. Posseggo tre suoi libri: “La seconda mezzanotte”, “Il rumore sordo della battaglia”, che ho entrambi letto ed apprezzato (per quanto opere diametralmente e stilisticamente opposte) e, per l’appunto, lo ammetto, proprio “M”, che avevo intenzione di leggere. Fare storia non è cosa facile e non è cosa da tutti.
Dispiace vedere quanto si chieda, in una trasmissione televisiva divulgativa, un parere e un’analisi storica sugli intricatissimi anni del primo dopoguerra ad uno Scurati piuttosto che ad uno storico vero e proprio.
Non si può comunque esimerci dal protestare.
La moda deleteria di autodenigrare i “nostri morti” e i “nostri soldati” non cessa di appassionare. Così come non cessa la moda altrettanto pessima di tirare per la giacchetta “nostri morti” e i “nostri soldati” per affibbiar loro distintivi politici che non gli competono. Che gli arditi siano stati, abbondantemente, trascinati e coinvolti, in rielaborazioni storiche e revisioni che gli affibbiano una connotazione politica di destra, è un dato di fatto. Lasciamo stare i morti senza portarli loro malgrado dalla parte politica che fa comodo all’oratore di turno. Definirli “fascisti”, così come sommariamente dei “delinquenti”, è quanto di più sbagliato si possa fare. Parlando degli arditi in ambito della Grande Guerra è ovvio che non gli si possa mettere una connotazione politica che verrà solo negli anni successivi. Non si può fare di tutta un’erba un fascio. Come ha fatto notare l’amico Roberto Roseano, nipote a sua volta di un ardito e da anni studioso di questa tematica, non si può gettare ombra su 35.000 combattenti solo perché fra le loro fila sia annoverava, ad esempio, Albino Volpi, l’omicida di Matteotti.
Dire che questi 35.000 ragazzi fossero tutti delinquenti o futuri fascisti è una scorrettezza unica. Non enumererò vari casi di uomini, anzi, ragazzi, che con la delinquenza non ebbero prima del conflitto (ed anche dopo) alcunché a che fare, né tantomeno ebbero rapporti con il futuro (per l’appunto, futuro! I tanti arditi morti non seppero mai cosa fu la dittatura) fascismo.
Essere arditi non era uno scherzo. Lo spirito che animava i ragazzi che si offrirono volontari per i reparti d’assalto è un misto di varie componenti. Troviamo molti giovanissimi, dal viso da bambini e gli occhi innocenti, che provenivano da buone famiglie e i banchi della scuola o dal campo dove si erano già fatti i calli da contadini, che scrivevano a casa chiedendo come andava il raccolto, ma anche appartenenti alle classi anziane che sentirono di dover dare il proprio apporto allo sforzo bellico italiano per respingere il pericolo di un’invasione in profondità del paese a seguito di Caporetto. A fianco di questi, ovviamente, troviamo anche uomini dal volto rude e duro, abili a “menare le mani” e che con un pugnale in mano sapevano come comportarsi. Ma questo non li connota come delinquenti.
Singolare poi che in una sola dissertazione Scurati abbia fatto suoi due degli stereotipi più comuni sugli arditi, l’uno figlio dell’altro, e provenienti da parti politiche opposte. Il primo a voler dare a tutti costi una connotazione politica agli arditi, sull’onda della creazione di una base “culturale” del nuovo regime, è stato il fascismo, accomunando sotto la propria bandiera molti uomini che, in realtà, col fascismo non ebbero nulla a che fare (per non parlare poi di quelli che lo combatterono ed osteggiarono… come coloro i quali invece aderirono alla formazione politica degli “Arditi del popolo” a seguito dell’ex tenente degli arditi Argo Secondari). Il secondo cliché, quello che li banalizza tutti quanti come delinquenti, invece, è figlio di quella storiografia “di sinistra” che tende, nell’orgia antimilitarista post ’68, a sminuire e denigrare quanto provenga dall’ambito militare italiano, soprattutto se già “inquinato” da uno stereotipo già abbondantemente sedimentatosi nell’opinione pubblica dell’equivalenza arditi = fascisti. A dimostrazione questo che, quando la politica si mette a “fare storia” a modo proprio e a voler etichettare gli uomini del passato, per quanto prossimo possa essere… sbaglia sempre!
A sostegno di quanto scrivo voglio citare due storie che conosco bene, di due uomini che, guarda caso, delinquenti non erano né divennero fascisti. Mi pregio di conoscere i nipoti di entrambi questi uomini.
Si tratta di Antonio “Tonino” Spazzoli e di Angelo Zancanaro. Il caso vuole che entrambi fossero nello stesso reparto, il famosissimo IX reparto d’assalto.
Lascio che siano i miei amici Antonio Spazzoli e Marco Zancanaro a parlare dei loro parenti e ad esprimere il loro dispiacere per le parole approssimative spese sulla memoria degli arditi di cui entrambi facevano parte.

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Antonio Spazzoli

“Sono Antonio Spazzoli, nipote dell’Ardito del IX Reparto d’ Assalto Antonio (Tonino) Spazzoli a cui è dedicata assieme al fratello Arturo l’associazione ” Tonino e Arturo Spazzoli” di cui mi pregio di essere presidente. Sono rimasto oltremodo colpito dalla superficialità con cui il Sig, Scurati parla degli Arditi. Generalizzando con faciloneria e senza evidentemente documentarsi, il Sig. Scurati nel suo libro ” M, il figlio del secolo” liquida gli Arditi come “delinquenti” e tutti confluiti nel fascismo. Evidentemente il Sig. Scurati non ha letto le biografie dei combattenti nei reparti di assalto e si è limitato a fare suo un vecchio e superato stereotipo costruito e cavalcato dalla destra. La storia di mio nonno Tonino confuta in tutto quanto scritto dal Sig. Scurati. Non era un delinquente, dopo la guerra non appoggiò il fascismo ne fu, anzi, uno dei più accaniti antagonisti. Divenne industriale e commerciante di successo per poi, dopo l’8 settembre 1943, diventare il riferimento della Resistenza forlivese. Operò nell’intelligence in stretto contatto con gli alleati. Arrestato per un tradimento, fu torturato per giorni affinché rivelasse la sua rete. Resistette alla tortura e fu trucidato il 19 agosto 1944. Il giorno precedente fu ucciso il fratello minore Arturo, agente dell’Oss Statunitense, che assieme ad un gruppo di partigiani del battaglione Corbari stava organizzando un assalto alle carceri di Forlì per liberare Tonino. Entrambi sono stati decorati con Medaglia al Valore Militare, Oro per Antonio, Argento per Arturo.
Quello di Antonio (Tonino) Spazzoli non è l’unico caso di Ardito che compie un percorso ben diverso da quello descritto da Scurati: ritengo pertanto che prima di fare determinate affermazioni sarebbe stato necessario fare le dovute ricerche. Confesso di non avere letto il libro del Sig. Scurati e quindi di non potere assolutamente esprimere un giudizio in merito. Certo che se inizialmente ero tentato dalla lettura, alla luce di quanto scritto sugli arditi, ritengo possano esserci altre disinformazioni e distorsioni della storia e quindi se dovessi entrarne in possesso mi avvicinerei alla lettura con molte perplessità”.

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Antonio Spazzoli non era un delinquente prima della guerra, non lo fu dopo. Non era un fascista, sebbene conoscesse personalmente Benito Mussolini, forlivese come lui, Leandro Arpinati ed Ettore Muti.
Come non erano fascisti né delinquenti tanti altri arditi forlivesi od emiliano-romagnoli che, come Tonino Spazzoli, in quei primi anni del dopoguerra, ascoltarono i primi messaggi politici del futuro Duce: Mario Fantinelli, Mario Miserocchi… E la lista sarebbe molto lunga: Ettore Viola, Alula Taibel, Giuseppe Pavone…
Anche Angelo Zancanaro non era un delinquente prima della guerra e non lo fu dopo. Così come non fu fascista.
Parola a Marco Zancanaro: “Dopo aver letto le parole di Antonio Scudati sugli Arditi,

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Angelo Zancanaro

sento il dovere di intervenire non a difesa, che lui non ne avrebbe certo bisogno, ma al fianco del mio avo, fratello di mio bisnonno. Nonostante la parentela che ci unisce non sia delle più dirette, ho sempre visto con ammirazione e rispetto profondo l’ardito Angelo Zancanaro, che combatté valorosamente nella Grande Guerra e condusse sempre una vita da buon cittadino rispettoso delle leggi. La sua esperienza e le sue scelte politiche lo portarono a dare la vita, assieme al figlio, per difendere il mio territorio (e qualcosa di più esteso) dalla violenza fascista. È un territorio insidioso e difficilissimo, lo riconosco, quello della celebrazione dei soldati in guerra, perché chiaramente, in guerra, di positivo e ispirato c’è ben poco. Ma ammiro con tutto me stesso questo soldato, che ha affrontato sfide che ormai noi non riusciamo ad immaginare e, spesso, non ricordiamo neanche. Un soldato che si è dato da fare, che aveva degli ideali che coincidevano, in entrambe le guerre in cui ebbe a combattere, con idee di libertà, onestà, dignità e giustizia, per le quali è morto ammazzato da chi, queste idee, anzi, cercava di soffocarle”.
Dietro a una guerra e dietro alle morti in guerra di soldati e civili ci sono sempre problemi più ampi di una semplice, veloce e comoda banalizzazione. Ad anni di distanza da questi avvenimenti sarebbe bene che tirare le somme o esprimere giudizi non diventi uno sport, né una moda, né il mestiere di alcuno. Lo storico stesso, nel ricostruire e rinverdire la memoria, dovrebbe esimersi dal dare giudizi, sennò che storico sarebbe?
Mi auguro che la trasmissione Atlantide ed in particolare Andrea Purgatori, uno stimabilissimo giornalista d’inchiesta, noto per le inchieste e i reportage su casi scottanti del terrorismo internazionale e italiano negli “anni di piombo” e sullo stragismo, come il caso Moro e la strage di Ustica, un uomo che ha sempre cercato “la verità”, possa dare spazio a qualcuno che “riabiliti” dalle parole di Scurati una categoria di uomini che non merita banalizzazioni o generalizzazioni, ma rispetto e memoria. La storia non si fa “un tanto al chilo” né tantomeno in fretta o per stereotipi.
Ad Antonio Scurati lascio un consiglio di lettura: Arditi e legionari dannunziani, di Ferdinando Cordova, storico dal pensiero politico indubbiamente di sinistra, che ha dedicato anni della sua vita e ricerca alla tematica che lui ha liquidato troppo velocemente, andando oltre al consueto cliché trito e ritrito, sperando possa trarne materia per cambiare le proprie idee. Questo libro per fargli cambiare idea sull’adesione in massa al fascismo degli arditi di cui si è detto sicuro. Per smentire invece la sua affermazione sulla appartenenza di questi uomini alla categoria dei “delinquenti”, un invito invece ad indagare maggiormente sulle biografie degli arditi, noti e meno noti: parlano da sole.

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