Storie di famiglia: mio nonno Pio Fava. Colloquio con Luigi Fava

di Claudio Cavallieri.

cavallieri1Luigi, tuo nonno Pio Fava di che classe era, che lavoro faceva e dove era stato mandato in guerra?
Mio nonno era del 1890, di lavoro faceva il bracciante che seguiva la rendicontazione, fu richiamato l’11 maggio 1916 e come risulta dal diario, inizialmente fu inviato nel fronte del Carso.
Il suo diario con la scritta PAX in copertina e presentato in mostra, è il suo diario personale che tratta vari argomenti. La guerra è solo uno di questi argomenti, vero?
Si, il nonno era molto religioso e teneva un suo diario. Prima della guerra il suo diario tratta vari argomenti, soprattutto religiosi Inizia con una invocazione di protezione alla Vergine, con vicende che riguardano la storia di papi in particolare di due che si chiamavano col nome uguale al suo, Pio VI e Pio VII, con ricche di citazioni di detti Pasquiniani “(Pio VI per conservar la fede, perdè la sede. Pio VII per conservar la sede, perdè la fede) e curiose notazioni come ad esempio il conto dei franchi per il pranzo del Papa Pio VII quando era deportato a Fontainbleu da Napoleone, (100 desinare di Sua Santità, 200 il seguito, 400 la guardia d’onore, vini vecchi di Cahors, vini da dessert, caffè e cognac compresi per un totale di 800 franchi). Vi sono anche curiose citazioni di cronaca come “La Madonna col Bambino di Raffaello è stata venduta a Londra nel 1914 per Lire 2.750.000) a miliardario d’America” dal vago orgoglio patriottico.
Vi sono poi diversi ricordi di poeti come Pascoli e D’Annunzio, poesie patriottiche o d’amore di altri autori e una cronaca dello scatenarsi della guerra attraverso il minuzioso elenco di tutte le 25 dichiarazioni di Guerra fra gli stati europei: da quella della Austria Ungheria alla Serbia, della Germania alla Russia, della Germania alla Francia e via via fino a quella dell’Italia all’Austria Ungheria e alla Turchia .
Poi ancora poesie in tema di guerra e in cui si parla di “Prigioniero”, di “navi fra i flutti”, in cui si invoca “mai più”, assieme alla Preghiera del soldato italiano.
Poi a pagina 39 del suo diario inizia a parlare della “sua” guerra, a cominciare dalla sua partenza per il fronte.
Sì, scrive “Tralascio il mio lavoro e il mio semplice ufficio” e col ricordo della madre e della fidanzata lasciate nel dolore. E dice di partire “nel nome di Gesù e Maria” continuando comunque a inframezzare commenti vari, come ad esempio quello in cui ricorda la rivolta irlandese di Dublino contro l’Inghilterra e la guerra europea del 1916.
Non accenna a parlare di suo padre e degli altri parenti stretti in questo suo addio ai famigliari.
Sì, mio nonno infatti era orfano di padre e suo fratello Cesare, che faceva il bracciante pure lui, era già partito da tempo per il fronte. Il nonno, dopo due mesi di istruzione a Bergamo, partì per il fronte il 19 agosto 1916. arrivando a Cormons ad integrare il 78° Rgt Fanteria reduce da un’azione sul Sabotino, e poi spedito in posizioni di difesa sullo stesso “già conquistato”.
Fu mentre si preparava ad andare verso il S.Michele che ricevette da casa la notizia, che la madre aveva avuto tramite l’arciprete di Calcara, della morte sul Podgora del fratello Cesare. “Che ora di angoscia e di patimento fu mai quella per me? Che alcuna non ho mai trovato simile in avvenire, che sotto bombardamenti non mi è mai apparse le lacrime agli occhi. piangendo disperatamente per qualche minuto.”
A leggere il diario fu veramente un ulteriore duro colpo per tuo nonno.
Si, nonno Pio aveva scritto che già dopo due giorni dall’arrivo in zona di guerra aveva perso l’appetito ed era stato colpito dalla diarrea che sarebbe durata 50 giorni, senza febbre ma curata con delle pastiglie. Ora si era aggiunta la “passione” per la morte del fratello e scrive di essere diventato “come un ischeletro”. ma che si doveva andare avanti sul S.Michele fino all’assalto, ai combattimenti e ai bombardamenti del 10 ottobre. Come scrive alla fine “per grazia di Dio andò bene, noi eravamo 130 e facemmo 200 prigionieri austriaci”. Poi prosegue descrivendo il ritorno dalla prima linea del 18 ottobre “ringraziando Iddio per la vita salvata” e con una preghiera “ai tanti che ebbero la sventura di perire là sul monte”

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E dopo questa azione?
Il diario racconta di una attesa a Gradisca e poi di una serie di azioni di tre-quattro giorni l’una fino al giorno di S.Martino, 11 novembre, col ritorno alla baracche sull’Isonzo di fronte a Gradisca e successivamente l’arrivo a Clauiano “il primo paese italiano al vecchio confine vicino a Palmanova”, con “l’allegrezza e la gioia di arrivare nella terra dove sono nato e di sentire il suono famigliare delle campane”.
Il riposo dura poco, vero?
Sì, dopo da gennaio 1917, è un susseguirsi di spostamenti: Monfalcone, a scavare trincee di riserva assieme ai soldati del Genio, Strassoldo, S.Canziano e poi la seconda linea e di nuovo la trincea in prima linea, riposo e trincea di nuovo fino ad aprile, quando si ammala. “Mi si è scoppiata la nefrite” scrive ed inizia il suo peregrinare tra gli ospedali: ospedaletto 006 a S.Canziano, poi Grado, S.Donà di Piave, Cesena e infine Crespellano. Dove ritrova la madre e la fidanzata e una lunga convalescenza di 90 giorni con la gioia di ritrovare madre fidanzata ed amici.
E dopo la convalescenza?
Il 28 settembre 1917 è rimandato al deposito di Bergamo dove viene fatto giudicato abile e spedito sugli altopiani di Asiago dove vive tutte le vicende belliche della guerra degli altipiani. La viene ferito all’avambraccio sinistro da una scheggia di una schnapl, iniziando una nuova trafila: ospedale da campo, poi Vicenza ed infine ospedale di Verona fino al 8 gennaio. Poi ospedale di Vercelli fino al 23 gennaio prima di una licenza di convalescenza “ringraziando la Vergine per lo scampato pericolo”.
A casa ritrova anche la sua fidanzata .
Sì e decidono di sposarsi, il 2 aprile 1918, e quindi al termine della licenza riparte per Bergamo dove viene sottoposto ad una serie di cure e ginnastica di riabilitazione di braccio e mano sinistra.. Come “ginnastica” per guarire prima viene anche messo a lavorare a ricoprire delle sedie ma è inutile e dopo 7 mesi di cure viene ancora rimandato a casa in convalescenza per tre mesi. Nel frattempo nel dicembre 1918 era nato Cesarino, mio papà chiamato così in ricordo del fratello, e poi a giugno 1919 viene richiamato a Bergamo per un controllo, giudicato abile e congedato “da sano” il 5 agosto 1919.
Invece tuo nonno non era per niente sano…
Invece il nonno morirà solo tre mesi dopo, il 4 novembre 1919, primo anniversario della Vittoria per via dei postumi di quella vecchia nefrite contratta anni prima e di una polmonite lasciando la moglie vedova col bimbo di un anno e la madre pure vedova anche lei. La domanda di “assegno alimentare di guerra” della vedova fu respinta perché la commissione medica stabilì che “era morto in famiglia” “tre mesi dopo il congedo (!)”. Mia bisnonna commentò con la nuora: “Coraggio abbiamo un anno di farina nella “spartura”, ce l’ho fatta io che ero senza vedrai che ce la faremo anche stavolta”.

 

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