Alici in salsa piccante Rizzoli Emanuelli, dalla Grande Guerra ad oggi

Le scatolette alimentari della Grande Guerra sono ormai diventate uno dei pezzi forti del collezionismo dei moderni recuperanti. I disegni magnifici di altri tempi, le confezioni e le marche ormai scomparse di alcune industrie italiani di inizio secolo fanno sì che questi pezzi abbiano un vero e proprio mercato di intenditori all’interno dei vari mercatini del settore.

A volte è veramente singolare notare come alcune di queste marche di 100 anni fa che producevano alimenti inscatolati per le truppe italiane al fronte siano tutt’ora esistenti e si occupino spesso di prodotti del tutto simili: basti pensare alla Cirio, all’olio Bertolli, o al tonno Parodi, prodotti che ritroviamo tutti i giorni al supermercato o sulla tavola e nelle dispense di molti italiani.scatolette 4

Fra i pezzi più curiosi che si possono ancora oggi ritrovare certamente si deve annoverare la confezione delle “Alici in salsa piccante” della rinomata industria Rizzoli-Emanuelli che adesso come allora si presenta nella stessa identica confezione con lo stesso identico design. Di questa scatoletta, con il tipico disegno dei tre gnomi, esistevano negli anni ’10 due formati di grandezza differente, entrambi abbastanza comuni, ed evidentemente apprezzati, fra i soldati italiani. Queste scatolette erano spesso distribuite come razioni di riserva o erano acquistabili dai soldati presso gli spacci delle retrovie. Il gran numero di esemplari di scatolette di questa marca è probabilmente la dimostrazione dell’apprezzamento del prodotto, spesso una valida alternativa alla “sbobba” di riso in brodo prevista come razione giornaliera di rancio.                                                                foto alici

Rizzoli-Emanuelli è un nome che rievoca a pieno merito la storia di una famiglia e dell’industria conserviera italiana. Nel 1898 Emilio Rizzoli con il padre Luigi fonda una prima azienda a Torino. Altre fonti spiegano che la Tosi & Rizzoli era attiva nel 1890; si trasferì poi a Parma nell’estate del 1892, alla morte di Romeo Tosi. La quota societaria venne rilevata dalla famiglia Emanuelli, parenti del Rizzoli e gli stabilimenti nuovi sorsero sulla via Emilia, di fronte all’area della rinomata Barilla. Padre e figlio elaborano in quegli anni la storica ricetta della “salsa piccante” che determinerà lo straordinario successo delle famose “alici in salsa piccante Rizzoli”, ancora oggi apprezzate come una delle specialità tipiche della cucina italiana. Dal sito Web dell’industri conserviera si ricava che “…nel 1906, a Parma, Emilio e la moglie Antonietta Emanuelli costituiscono la Rizzoli Emanuelli & C. Si narra che gli sposi avessero acquistato un’ottima partita di pesce, che venne loro consegnata in involucri raffiguranti tre simpatici gnomi, poi divenuti il simbolo del prestigioso marchio, segno di buon auspicio, salute e longevità. Di generazione in generazione, una tra le più antiche aziende del settore ha saputo rinnovarsi e mantenersi attiva sul mercato. È Carlo, uno dei figli di Emilio ed Antonietta, a sviluppare la fama del marchio finché nel 1958 subentra il figlio Antonio attuale presidente di Rizzoli Emanuelli Spa che, con il primogenito Massimo, ne prosegue ora l’attività”.

La Rizzoli Emanuelli durante la Grande Guerra non fornì alle truppe italiane soltanto la famosa scatoletta delle alici in salsa piccante ben riconoscibili dal marchio dei tre gnomi, ma anche altri prodotti fra i quali, ad esempio, le “alici Trento e Trieste”. Non sono rare scatolette d’epoca, ritrovate oggi dai recuperanti sui vecchi campi di battaglia, con dediche patriottiche. Questa, oltre che essere dedicata alle due città simbolo delle aspirazioni territoriali italiane della guerra, aveva una dedica speciale.

trento e trieste scatoletta

Sul bordo è presente la scritta: “omaggio a sua eccellenza generale Cadorna”.

dedica a cadorna1

dedica a cadorna

Un approfondimento a parte merita questa confezione di alici. Nel lontano 1971 l’ormai anziano reduce della prima guerra mondiale Marco Ambrosini tornava sui luoghi che lo videro combattente col proprio reparto. La zona denominata “Marcai”, è posta nelle vicinanze di passo Vezzena, in territorio trentino. Qui egli decise di posizionare un cippo commemorativo dei fati d’arme che lo videro protagonista. Nei primi mesi di guerra la linea di contatto tra italiani ed austroungarici insisteva proprio sui pascoli dell’ex confine tra le due nazioni; durante uno scontro di fucileria il giovane Ambrosini trovò riparo dietro ad un grande abete, evitando così di essere colpito. La furia della battaglia e i successivi bombardamenti batterono palmo a palmo questi pascoli colpendo più volte l’albero. Alla fine della guerra solo un misero ceppo carico di schegge rimaneva a ricordo di quell’insperato salvataggio, e fu proprio durante i lavori di posizionamento della lapide che nel 1971 la terra restituì un piccolo barattolo di alici piccanti prodotte dalla ditta Rizzoli Emanuelli & Co. Il reperto, ovviamente già svuotato del contenuto, si era mantenuto in ottime condizioni, tant’è che il vecchio soldato lo inviava alla ditta avente sede in quel di Parma, e che entrasse a far parte del museo ivi allestito. Non passarono molti giorni che gli eredi titolari della fabbrica partivano alla volta dell’Altopiano di Asiago, per contattare personalmente il donatore di quel piccolo ma importante pezzo di storia. Durante l’emozionante incontro ad Ambrosini venne consegnata una pergamena attestante l’acquisizione del cimelio. Il documento è tutt’ora esposto presso l’albergo gestito dal nipote che porta lo stesso nome del nonno, Marco. Egli ricorda questi fatti come pure la visita dei due industriali parmensi, che portarono in dono una grande quantità di scatolette confezionate sul modello simile a quello distribuito durante il conflitto “una bella storia – rammenta Marco – anche se per qualche mese abbiamo avuto scatolette di alici sparse per tutta la casa”.

attestatoLa notizia fece in breve tempo il giro dell’Altopiano dei Sette Comuni, e non furono pochi i recuperanti che aspiravano al ritrovamento di barattoli ben conservati da spedire ai rispettivi produttori, magari in cambio di un lauto premio. Sembra che effettivamente la permuta con una rinomata industria produttrice di pelati si sia ripetuta alla fine degli anni ’70, ma con i vecchi cercatori di reperti bellici ormai passati a miglior vita, nessun testimone sembra oggi in grado di darcene conferma.

Questa storia è tratta dal libro “La Grande Guerra di latta”, volume 1, di Giovanni Dalle Fusine e Gianluigi Demenego, edizioni Menin, Schio, 2013, alle pagine 37-39. Il volume raccoglie una ricca selezione di scatolette di prodotti alimentari e non ritrovati sul campo di battaglia dai moderni recuperanti. Ogni pezzo è stato catalogato e descritto nei particolari.

gg di latta

La grande quantità di scatolette ritrovate nel tempo ha fatto sì che venissero pubblicati altri due volumi, portando il totale a tre. Dei libri che non possono mancare nella biblioteca degli appassionati di recupero e di Grande Guerra, ma anche di archeologia industriale, poiché la tematica interessa anche uno spaccato molto curioso sull’industria manifatturiera alimentare italiana del primo ‘900, un campo di indagine sul quale non si è scritto certamente molto.

Si ringraziano Giovanni dalle Fusine e Gianluigi Demengo per la disponibilità ed il permesso di riportare dal loro libro i due brani relativi alle alici Rizzoli Emanuelli e la storia del soldato Ambrosini.

 

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